La fanciulla sorpresa, ferita, si richiudeva tutta, lei, nell’inquietudine amara che le gravava sul cuore. Il suo amico non l’aveva abituata a queste assenze, ed ella si trovava a dolersene come d’un convegno svanito: e mille dubbi la travagliavano. Ammalato? partito? in collera? una tortura intima, inesprimibile, nel buio, nell’ignoto, a cui si aggiungeva un senso doloroso di meraviglia come per un inganno immeritato e beffardo. E a poco a poco, continuando quella pena opprimente, da quello stupore ne nasceva un altro, pauroso e dolce, al quale tutte le sue fibre rispondevano con una spontaneità ribelle che la sgomentava profondamente. Era l’amore dunque? Ma l’amore poteva cogliere così all’improvviso, insidiosamente, fra un bisticcio e una risata? Oh no, no, non era ancora l’amore! Un’amicizia viva, un fascino, una consuetudine soave, nient’altro. Oh l’amore no! E pareva implorare.

Il sole le raggiava in volto, mitemente, si diffondeva ambrato nell’aria limpida, sulla doppia giovinezza della primavera e del mattino, chiara, cristallina, odorosa. Clotilde seguiva coll’occhio abbagliato il binario che si allungava sulla strada bianca, al sole, luccicando. Giammai quella gita le era parsa più lunga, più monotona, più triste; giammai aveva sentito come in quell’ora l’aridità lugubre dei suoi studi, la solitudine della sua vita. Un principio di rivolta fermentava in lei e germogliava e minacciava sbocciare nella luminosa complicità gaia di quel tripudio d’Aprile. Tutto intorno a lei le cantava la vita ed essa andava a chiudersi nel melanconico asilo della miseria e della morte. Un brivido le corse il corpo alla visione delle corsìe bianche, nude, silenziose, che l’aspettavano, popolate di sofferenze e di severità; al pensiero di andare a respirar quell’aura fredda di chiostro che raccoglieva l’ultimo soffio dalla bocca dei moribondi, che passava carica di lamenti, di spasimi, di sospiri, di imprecazioni....... al pensiero di tutte le fragilità e le miserie della mirabile macchina umana che si disfaceva ogni giorno sotto i suoi occhi, che si ricomponeva così a fatica, che si rivelava ognora più sotto la sua mano, sozza e divina. Membri sanguinolenti, faccie livide, muscoli contratti, rossori febbrili e pallori di morte passavano in una lucida fantasmagoria, come in sogno, ed ella si sentiva debole e ripugnante come il primo giorno che si recò all’ospedale. Un momento la visione si fece così intensa e inesorabile che Clotilde presa da una specie di terrore dovè superare con uno sforzo di volontà l’istinto di levarsi, di scendere, di fuggire attraverso i campi, di immergersi nel verde, nella fragranza, d’inebriarsene, per dimenticare. E ancora tornava l’immagine di lui. Che bel sogno andarsene così, soli, liberi, lungo qualche viottola romita, appena chiazzata d’ombra dalle fronde novelle, una viottola dai margini fioriti di viole e di margheritine, una viottola sconosciuta, tortuosa, interminabile, da riempir tutta di dolcezze e di sorrisi, che resterebbero dietro di loro come se sfogliassero canestri di rose per una ridente seminagione di petali. Il viso d’Aroldo radioso e gaio come nei bei momenti di spensieratezza, in quell’attimo le balenò così evidente ch’ella ne ebbe un palpito e un sorriso.

In capo alla strada si profilava, con le sue cupole e le sue torri, la città, rossastra, che acquistava una strana tenuità nei vapori del mattino. Di là dalle siepi gli orti sfiorivano, invasi già da l’uniformità del verde. Un capinero nascosto vicino alla siepe gorgheggiava forte, melodiosamente. La ragazza malinconica raccolse pensosa un fior di pesco che il vento le aveva portato in grembo.

Clotilde non reggeva più. L’agitazione nervosa la invadeva così violenta ch’ella temeva di tradirsi. Alla barriera fece fermare e scese bruscamente, lasciandosi dietro i commenti delle due donne, i sorrisi del portalettere e la curiosità del vecchione che si scomodò per seguirla con lo sguardo. Entrò sotto i portici dì quella via deserta e si mise a camminar lesta per dominarsi, ma giunta al primo palazzo dovè fermarsi, impedita da un crocchio di curiosi che facevano ala al portone. Una folla signorile usciva, le signore a braccio dei cavalieri, frettolose, pallide, scomposte, nelle sciarpe e nelle pelliccie gettate sull’abito da ballo. Molti equipaggi in fila aspettavano, e le carrozze si movevano subito dopo il colpo secco degli sportelli richiusi fra i complimenti, le celie, i saluti, lanciati a voce alta con l’audacia e l’eccitazione, che durava ancora, di quella nottata di veglia. E le voci rauche e stonate si soverchiavano, qualche fiore volava: un bel giovane bruno, senza soprabito e senza cappello, con la marsina coperta di decorazioni da cotillon, corse per un tratto di strada con la mano attaccata allo sportello d’un coupé da cui pareva non si sapesse staccare; poi rientrando, scherzoso, rubò il boa ad una signorina che indugiava sulla soglia per raccogliere un lembo strappato del suo abito di velo. «È il conte Villi!» si mormorava intorno al portone, nel pubblico composto in massima parte di serve e di bottegai. Ma Clotilde, che non voleva e non poteva mischiarsi al crocchio, cercò di farsi largo, e attraversò proprio nel momento in cui l’ultimo sciame delle signorine si sparpagliava, chiacchierino, gaio, in una varietà di veli, di trine, di sciarpe tramate d’oro. Ella, passando col suo abito nero, severo, chinò il capo come vinta da quel tripudio giovanile, da quella stanchezza folle, da quella fatuità brillante che le doveva rimanere ignorata sempre. Pure era un’eroina e una martire che passava.

***

... Andavano soli, liberi, lungo la viottola romita, dai margini fioriti di viole e di margheritine, appena chiazzata d’ombra dalla frondosità novella; una viottola sconosciuta, tortuosa, interminabile, che Clotilde aveva veduto, non si ricordava dove, forse in sogno. Il mattino era tanto puro, ed essi così solleciti, che Aroldo le aveva proposto di scendere in città a piedi invece d’aspettare il tram; e dopo un bisticcio sulla scelta della strada, si erano rappacificati e venivano innanzi riuniti, egli col braccio sotto quello di lei, confidenzialmente, come due sposi. L’anima di Clotilde traboccava d’una dolcezza languida, penosa; egli appariva nervosamente vivace, e ciarlava esageratamente; pareva che il silenzio o un pensiero gli facesse paura.

— ...... Dicevamo dunque?... ah, che ieri sera, stanotte anzi, ho terminato il Minuetto. Sono così contento... Sa che mi metterò subito a scrivere una Giga?.. Voglio provarmi nella musica antica; è una semplicità che riposa da tutto quel Wagnerianismo invadente... Dopo scriverò una Gavotta, poi forse un tema con variazioni, e mi piacerebbe anche un coro a sole voci rincorrentesi come un canone perpetuo. Vorrei poi comporre qualchecosa di sacro: un Offertorio, un’Ave Maria...

— Troppa carne al fuoco, troppa.... osservò lei tranquilla, seria, crollando il capo. Ed egli fece una risatina di fanciullo, stringendole il braccio furtivamente:

— Vedrà, vedrà, sentirà anzi.... Ma già, dimenticavo che lei odia la musica. — Che orrore! — E si sciolse sdegnosamente.

Clotilde lo guardò un po’ sorpresa e si curvò a cogliere due violette bianche sul margine del fosso. Due o tre raganelle, spaventate, balzarono dall’erba nel filo d’acqua luccicante.