— Il dottore non si trova... al solito... e la bambina si soffoca... Eppure ieri pareva nulla, ti ricordi? un po’ di febbre.... ma ora sta male... oh male... Ah, Vergine Maria, ascoltatemi, voi che siete madre...
Clotilde traversò il giardino sempre correndo e trascinando sempre l’altra ansante, lagrimosa. Traversarono così anche la strada maestra e giunsero quasi subito al casinetto dei Dardanelli, a due passi. Solamente varcando la soglia ella si risovvenne del padre, ma il pensiero che le attraversò la mente non la fece esitare. Entrò, salì le scale e in un baleno fu nella camera dove la bambina rantolava.
Dardanelli era là, presso la culla, tutto sbiancato. Essa agghiacciò scorgendolo. La signora Giulia si abbandonò sul petto di suo marito: — Enrico, coraggio.... c’è qui la Clotilde.... ce la salverà, lei....
Clotilde aveva spalancato la finestra e rialzato i cortinaggi della culla. Al solo vedere i lineamenti contratti della piccina capì. — Ah! la difterite... — disse dolorosamente nella sua inesperienza morale di neo-medichessa, e si strinse le mani alle tempie concentrando il pensiero con uno sforzo inaudito, in quel tumulto di sensazioni in cui pareva che il suo cervello riddasse. Poi la fermezza vinse. Volle ricordarsi.... si ricordava di una lezione del professore... della narrazione d’un caso consimile.... dell’eroismo d’un giovine medico, come lei ardente di carità....
— Presto, presto, una cànnula, — comandò; — una piccola cànnula purchessia, vuota, resistente... ma presto! — E mentre gli altri si affrettavano per la camera in disordine e per la casa, ella prese la bambina, la portò davanti ad una finestra, l’arrovesciò sulle sue ginocchia, le aperse la bocca.... Le membrane bianche si dilatavano sulla gola, maligne, tremende....
— Ah, ma presto — ella gridava ancora, ansiosa, quando la signora Giulia le tendeva già una piccola canna che serviva per le loro bibite in gelo, l’estate. E Clotilde, semplicemente, eroicamente, mentre gli altri tenevano la povera creatura che si dibatteva, le applicò la cànnula in gola aspirando forte con la bocca, a parecchie riprese e sputando mano mano delle chiazze bianche sul pavimento; ricominciando finchè la bambina potè respirare e piangere.
— Ecco, — disse dopo, livida come una moribonda, — mentre si stringeva al seno la bambina e l’avvocato e sua moglie non potevano che piangere — la Rachelina per questa volta è salvata. Però non bisogna indugiare a chiamare il medico per il resto della cura... io non posso assumerne la responsabilità. Chiamate De Carli; è uno specialista.
La signora Giulia scivolò per terra in deliquio baciandole le mani. Dardanelli rimasto immobile, ginocchioni sul tappeto, piangeva sempre, senza ritegno, silenziosamente, senza più curarsi di celare la sua debolezza. Clotilde pallidissima ma sicura e calma rimise in letto la Rachelina, le prestò ancora alcune cure suggerendo nel medesimo tempo alla serva smarrita i soccorsi per la sua padrona. E quando la signora Giulia inerte, fu adagiata sul largo letto matrimoniale e la serva fu uscita in cerca di qualche cosa, Dardanelli si trascinò in ginocchio vicino a Clotilde curva sulla culla; ella voltandosi lo vide così, ai suoi piedi, gemente, umiliato, implorante.
— Mi perdona? balbettava: Clotilde, mi perdona? lei è una santa, oh mi perdoni!.... in nome di quell’innocente che le deve la vita mi perdoni!....
Ma Clotilde si scostò con ribrezzo, raccogliendo le vesti perchè non la toccasse. — No, — proruppe brusca, altera, — mi ha fatto troppo soffrire; non posso, se ne vada....