E siccome lui continuava a supplicare, a invocare, ella lo respinse adirata: — Vada!, — esclamò vada piuttosto a cercare un medico per la sua bambina... S’alzi, vada... vada! — ripetè con la voce smorzata, in un impeto di collera che nell’agitazione di tutto il suo essere fra tante diverse emozioni, minacciava di crescere fino al parossismo, fino alla follìa....
.... E invece la sua eccitazione si rilasciò subitamente, come la vela sgonfiata da una tregua di vento. Una strana stanchezza la invase, un’indifferenza somma per tutte le cose.
— Ebbene sì, le perdono... — sussurrò pallida, debole, vinta — le perdono...
Ella sapeva che non uscirebbe di là che per porsi in letto e morire.
***
Le imposte erano spalancate al vespro tranquillo, aurato. Un raggio del sole occiduo entrava dalla finestra di ponente, lumeggiava un angolo del tavolino ingombro di libri e lambiva la parete dirimpetto, grigia a mazzi di rose. Il letto, nel fondo, era vuoto, senza guanciali e senza coltri, con le materasse abballinate come dopo una partenza; nell’aria vagava ancora un odor d’etere misto ad incenso, soverchiati ambedue dall’odor acre dei disinfettanti. Sul tavolino da notte era rimasto un bicchier d’acqua, un piccolo termometro misuratore della febbre, e uno strumento chirurgico che aveva servito per la tracheotomìa. Sul cassettone due o tre forcelline di tartaruga, lo stiletto d’argento col motto cavalleresco: «Non ti fidar di me se il cor ti manca», e la cintura di nastro nero: appesa all’attaccapanni la blusa di mussola blu che serbava tuttora l’impronta molle d’un corpo. Dalle finestre aperte veniva un gracidare di rane e lo stridere dei grilli, poi le tende alte e lievi come ali, gonfiate da un soffio improvviso di brezza uscirono fra le persiane e palpitarono, in alto, come se volassero via.
In quel punto se n’andava dal giardino una bara infiorata fra il biancheggiar delle cappe e le fiammelle rosse, irrequiete, dei ceri. Siccome i preti non avevano ancora incominciato a salmodiare, s’udiva lontanamente sulla via maestra un organetto suonare un waltzer.
Romanze senza parole
RESURREZIONE
Quand’egli non annunziato, non aspettato, sollevò adagio, da sè, l’arazzo che nascondeva la porta del bizzarro salotto, ella era seduta nella solita poltrona sotto la finestra e leggeva. L’altissimo schienale della sedia rivolto contro l’uscio l’avrebbe tutta nascosta, s’essa non avesse tenuto la persona inclinata un po’ a destra, verso il bracciuolo, a cui appoggiava il gomito reggendosi la testa con la mano, nell’atteggiamento antico della meditazione e del sogno. Era vestita come sempre di bianco, e di lei non emergeva che l’estremità dell’òmero, il braccio piegato, lo squisito contorno della testa bionda acconciata con una treccia scendente, piegata a metà e ricondotta sulla nuca. La sala tutta parata di vecchio damasco bruno, dai mobili di querce angolosi, artistici, colossali, nello stile del trecento, era in un’ombra fresca e severa di chiesa, mantenuta dalle vetrate di piccoli cristalli ottangolari legati di piombo, che chiudevano due delle grandi finestre ogivali; la terza finestra, a cui ella leggeva, lasciava entrare dallo spiraglio delle vetrate socchiuse un filo di luce più viva che le sfiorava i capelli, faceva sorridere un ramoscello di biancospino nell’anfora poco discosto e animava un grande affresco di Giotto sotto il quale stava un organo da sala. Da un anno nulla era mutato nel vasto salotto. Pareva che tutto quel tempo non fosse passato; che l’estate non lo avesse infiammato del suo soffio di passione, che l’autunno non lo avesse desolato col suo pianto, che l’inverno non lo avesse intirizzito col suo gelo. Eternamente l’incipiente primavera; eternamente i biancospini e le mammole profumavano l’ombra refrigerante, misticamente obliosa; eternamente lei, bianca e mite al solito posto, leggendo.