Era immobile e vaghissima come una figura dipinta. Quanto tempo resterebbe così? come sussulterebbe, come volgerebbe il capo, che direbbe udendo la nota voce mormorare il suo nome dolcemente, semplicemente, dietro l’alta poltrona? Allora il libro le cadrebbe ai piedi; ma un altro volume si riaprirebbe alla pagina dove fu abbandonato... ahimè all’ultima pagina: quella che non ha che una parola: Fine.

Rileggerlo dunque... E che avrebbe potuto dir loro di più soave di quello che aveva già detto? Che avrebbe cantato di più folle di quello che aveva già cantato? Che avrebbe lagrimato di più doloroso di quelle lagrime già piante? Tutto si rinnovella, anche l’amore; ma nulla rinasce, neanche l’amore. I fiori di questa primavera non sono più quelli dell’altra primavera morta; le farfalle che ripetono sulle ali velate i medesimi geroglifici come una lingua perduta nei secoli che nessuno più intende, non sono più le stesse farfalle; l’onda che è giunta affannosamente a baciare la spiaggia prima di svanire, non la ribacia una seconda volta, in tutta l’eternità. Però le cose belle e fragili che non potevano durare, che non hanno durato, che raggiarono e disparvero, non precipitano nel cieco infinito, ma salgono, salgono, salgono a rivivere più fulgidamente, più durevolmente nell’esistenza spirituale del sogno; mentre le altre, quelle che si poterono afferrare, quelle che rimasero, si corrompono e si sfasciano miserevolmente per vecchiezza. Nella vita o nel sogno. Egli aveva un’anima di poeta e disse: Nel sogno.

Ella stava immobile sempre come una figura dipinta. Immota e tranquilla e ignara dell’attimo solenne che passava; nessun presentimento, nessuna voce, nulla. Forse il suo spirito s’era involato e non rimaneva che il delicato involucro candido in quella oscura severità. Egli prese lentamente le due rose gemelle che s’inaridivano sul suo petto e le gettò ai piedi di lei come su una tomba. Poi fuggì.

Natale Romantico

Nella chiesetta del convento si celebravano le tre Messe di Natale. L’altar maggiore si ergeva nel fondo fra i rossi panneggiamenti di velluto, i veli cerulei e i galloni d’argento, illuminato dai ceri digradanti in una triplice schiera di fiammelle, coperto di lini e di merletti su cui scintillavano gli arredi sacri tra le palme di rose. Sulla gradinata nascosta dal tappeto, i sacerdoti s’inchinavano nelle gialle stole gemmate: fra la nebulosa profumata dell’incenso: una visione magnifica, che lasciava ancor più buia e nuda e povera la piccola chiesa in cui i soggoli e le bende delle monache impallidivano lontane, confusamente, come una coorte di larve. Giù per le navate solitarie interdette ai profani, l’organo versava torrenti sonori di melodie; ora formidabili come il clamore delle trombe d’una legione d’arcangeli giustizieri; ora dolcissimi, mormoranti appena, come in un sogno celestiale; ora appassionati e numerosi come mille e mille voci assurgenti e rincorrentesi nel delirio di un’estasi divina.

Un poco in disparte, sotto la lampada accesa all’altare semibuio di Michele arcangelo, era prostrata suor Raffaella — la povera monachina malata e bizzarra, a cui si perdonava tutto, ora che doveva morire. La mattina stessa aveva sputato sangue di nuovo, e tutto il giorno era rimasta a letto per obbedienza — ma la sera non le avevano impedito di levarsi e scendere in chiesa per assistere alle tre messe della mezzanotte, le tre messe del Natale.

Stava prostrata immobilmente sul duro inginocchiatoio di legno, con la faccia tra le mani gialle e scheletrite. E non aveva pregato, nè meditato, nè pianto. Aspettava con l’anima sospesa, l’invocato, dolcissimo prodigio. Oh Dio non l’avrebbe lasciata morire così, senza concederle di rivedere una volta il suo amore! poichè ella non domandava che di rivederlo un attimo, chinargli il capo sul petto e morire. Chi sà, chi sà! Forse non era caduto a Dogali, forse s’erano ingannati scrivendo il suo nome nel lugubre elenco, e bisognava cercarlo ancora, cercarlo invece fra i prigionieri delle tribù selvaggie, in qualche recesso ignoto della maligna terra dalle paurose leggende. Oh non poteva esser morto, lui! così ardito, così giovane, così forte, amato così!... E se era proprio morto, ebbene, lo rivedrebbe per miracolo; credeva piuttosto a questo che alla certezza di non ritrovarlo mai più.

Erano anni che aspettava quel momento; anni!

Da principio l’attesa placida, sicura, olimpica, coll’anima stemperata quasi in un immenso nirvâna; poi un periodo inquieto, dubitante, angoscioso, tremendo, a cui aveva seguito quell’attesa febbrile, inverosimile, ostinata, di ogni ora, di ogni minuto del giorno e della notte; un’attesa così intensa, nel fervido desiderare, che la sua vitalità vi si struggeva come in un crogiuolo ardente.... ed era la morte: essa lo sapeva, lo sentiva, pur non tentando di lottare: abbandonandosi anzi, quasi lieta di morire.

Però quella notte uno spiro novo e fresco di speranza la vivificava. Era la notte di Natale, la notte santa delle mistiche corrispondenze tra la terra ed il cielo. Gli angeli, quella notte, in infinite e diafane spire allacciano i mondi, osannando al Messia nell’immensità che si riempie di parvenze radiose e di musica. Forse Iddio aveva scelto quella notte luminosa per compiere il miracolo, per renderle il suo amore.