La seconda messa giunse a metà. Da piè dell’altare evaporò più densa e più odorosa la nube d’incenso; le campane in alto dindondavano solenni e gaiamente pie; dall’organo si effondeva sommessamente la cantilena agreste delle zampogne, la pastorale, semplice e sublime serenata della notte meravigliosa. E quella nenia ripetuta, ripetuta, ripetuta, nel ritmo ingenuo e amoroso di una ninna-nanna, blandiva i suoi tumulti, la cullava, la addormentava. Non aveva più senso di nulla.

Ma quando sentì toccarsi lievemente sull’omero, scattò. No... non era ancora lui; era suor’Rosalia, la buona giovine novizia, impensierita della sua immobilità.

— Si sente male, suor’Raffaella?

Ella la fissò con gli occhi spalancati e non rispose. L’altra, appagata di saperla ancor viva, si rimise a pregare.

Suor’Raffaella volse lentamente il viso aguzzo, che aveva una strana espressione di stupore, verso l’immagine dell’Arcangelo Michele che cacciava con la spada fiammeggiante gli angeli decaduti; e i suoi occhi neri e ardenti s’affisarono lungamente sull’immagine sacra che la lampadina faceva appena emerger dall’ombra.

— Suor’Raffaella è devota di san Michele — dicevano le suore. Infatti era sempre là che s’inginocchiava, là che pregava e piangeva, quando poteva ancora piangere e pregare. La gentile e balda figura del biondo spirito cavaliere le ricordava il suo amore, fior di gentilezza e tempra d’eroe; così lo prediligeva e si prostrava a’ suoi piedi umilmente anche ora, quasi soggiogata da quell’energìa celeste.... o vinta dalla languida dolcezza d’un sogno.

Questa volta lo affisò a lungo, intensamente, come se avesse dovuto stare un pezzo prima di rivederlo: poi reclinò ancora il capo fra le palme, esausta. Sentiva mancarsi il respiro e la vita; le voci dell’organo le ululavano confusamente negli orecchi, come il frastuono di un uragano; quelle campane alte e lontane le davano le vertigini; i vapori dell’incenso la soffocavano. Credette di morire, e la prese un folle desiderio d’aria, di libertà, di vita. Quelle campane insistenti, festose nell’altezza fredda e pura, le parlavano, la chiamavano, la volevano, l’attraevano irresistibilmente, la suggestionavano. Smemorata, quasi folle, staccò il rosario dal fianco, il rosario che sapeva le strette convulse delle esili dita che lo afferravano di notte sotto il capezzale o lo avvoltolavano con una monotonìa disperata nelle lunghe ore delle giornate vuote e silenti, e lo depose sugli scalini dell’altare; poi si alzò lieve e quasi incorporea, come un’ombra, e dileguò dalla porticina accanto all’altare, che conduceva al corridoio. Di là si saliva pure al campanile; l’uscio era aperto ed ella salì. Le campane con le loro vibrazioni sonore la volevano; lassù era l’aria, l’esultanza, la vita. Suor’Raffaella cominciò a salire la stretta scala a spirale reggendosi al muro, al buio, a tentoni, faticosamente; il respiro le diveniva ancor più difficile; la scala tortuosa e ripida le esauriva le ultime forze. Un’oppressione vaga incombeva su lei, un’oppressione che avanzando divenne un incubo, un terrore per quelle tenebre ignote e continue addensate nell’angusto spazio. La scala seguiva non mai interrotta, e nessun spiraglio, nessun lume; un’oscurità pesante di tomba. E ancora scalini e scalini ascendenti in una spira diabolica, interminabile. La testa le riddava vorticosamente, il suo respiro era un rantolo. Saliva, incontrando sempre nuovi gradini sotto il piede, incespicando, cadendo, rialzandosi, delirando, immaginandosi di uscire da un abisso sterminatamente profondo, di esser condannata a roteare così, innalzandosi nel buio, per l’eternità; sbarrando gli occhi, avidi d’un punto luminoso; spalancando la bocca, anelante di un soffio d’aria viva. Infine sostò, incapace di proseguire o di retrocedere, e s’abbandonò sugli scalini, sospesa in quel foro nero, fra due abissi....

Ma le campane la chiamavano, la volevano, le campane rimbombanti sonore e vicine, alle cui vibrazioni quel fragile edifizio pareva oscillare. E suor’Raffaella si levò, galvanizzata, e cominciò l’orribile ascensione brancicando nelle tenebre, oramai inconscia di sè, cieca, pazza, morente...

Improvvisamente, a uno svolto, un rettangolo di blanda luce argentina le s’aprì dinanzi ed essa si slanciò. Era l’uscio che dava sulla stretta terrazza circolare, a pochi metri dalle campane. L’aria pungente e mossa l’avvolse tosto in una gelida carezza che la rimescolò bruscamente. Le parve di svegliarsi da un sogno atroce; battè le palpebre e sorrise. Era l’aria, la libertà, la vita. Laggiù, laggiù, tutto intorno la pianura immensa, morbidamente bianca di neve sotto il vasto plenilunio. Alberi, case, strade, apparivano vaghi e indistinti a quell’altezza: non rimaneva che la pianura giù, all’imo, candidissima, e sul suo capo l’etere terso, profondo, gemmato, in cui le pareva d’essere librata meravigliosamente. Libera, sola, sullo stretto spazio di quel pinnacolo eccelso, penetrata dalla magica nebulosa d’argento fluttuante nello spazio, si sentiva ingigantire smisuratamente e sprigionare dal suo involucro materiale, per trasformarsi in una parvenza luminosa e fantastica, dileguantesi nell’infinito con le vibrazioni di quelle campane rombanti accanto a lei che si slanciavano nel vuoto, gioiosamente.

Finalmente non si ricordava più! non viveva più! non soffriva più! Era guarita. S’era immersa nell’altezza serena e fredda, come in un queto Lète dolcissimo e oblioso. L’immagine fascinatrice, abbarbicata da tanti anni al suo cuore con una tenacità così ardente da assorbirne la vita, l’immagine che l’inseguiva traverso le ore dell’occupazione, della preghiera, della meditazione, del riposo; nella veglia, traverso le lunghe notti invernali; nei sogni, in cui guizzava come uno sguardo, come una voce, come una parola; l’inebriante e fallace parvenza che la uccideva di desiderio cocente, l’aveva lasciata; era svanita; aveva dilagato nell’estasi di quell’ora vaga, fantastica, divina.