Poi il candore vastissimo, lo spazio infinito l’assorbirono interamente; si sentiva già pronta a librarsi, lieve e immateriale e vaporosa come un’angelica forma; si sapeva coronata di stelle rifulgenti; sorrise. Sorrise alle campane che continuavano a slanciarsi folli, sonanti, mentre lei si puntellava al parapetto, salendovi faticosamente in ginocchio, rimanendovi un attimo, per slanciarsi anche lei nel vuoto bianco e luminoso e profondo, nel plenilunio sacro.

Natale classico

Alle due estremità della tavola, che era tutta un candore rilucente di cristalli e di argenteria, sedevano i padroni di casa. Lui, un vecchio generale in ritiro, un po’ arrustichito dalla sordità; con un torace di Ercole e due occhietti chiari e placidi, affondati fra la rubiconda grassezza del viso e le folte sopraciglia: Lei, che della sua altera bellezza, quasi celebre, serbava ancora la figura giovanilmente snella e una certa espressione di superiorità, che il profilo dantesco e la durezza dello sguardo accentuavano. Pareva nata per agire e per comandare; infatti, per il prestigio della sua bellezza, e più per una tenacità di volere logica e calcolatrice, aveva sempre menato tutti per il naso, cominciando dal generale che si credeva un tiranno.

Povero generale! una buonissima pasta d’uomo e, malgrado i suoi settant’anni (anzi forse per questo), innamorato dell’ideale come uno scolaretto. La sua soddisfazione per quel pranzo di famiglia, a Natale, era profonda, sincera. Certe consuetudini tradizionali, certe solennità, le osservava e le rispettava come i suoi obblighi di cittadino e di soldato, ma con una dose maggiore d’entusiasmo e di convinzione, che le coloriva e le innalzava al grado di veri avvenimenti desiderati. I natalizî, gli onomastici, l’anniversario del suo matrimonio, Pasqua, Capo d’anno, Natale, costituivano per lui tante piccole oasi in cui pigliava fiato prima di rimettersi in via, scacciando, dimenticando, allontanando olimpicamente in quei giorni ogni preoccupazione molesta, ogni pensiero cruccioso. Ma il Natale era la solennità che preferiva, la solennità classica per eccellenza, che ogni anno gli faceva rovistare nel bagagliume delle memorie per arrivare a concludere con la narrazione di qualche episodio tragi-comico avvenuto proprio a lui e proprio per la sua ferma volontà di venirsene a Natale nel suo paese per mangiarvi, da buon ambrosiano, il tacchino e il panettone, e scaldarsi al ceppo tradizionale che doveva rimanere acceso fino alla mattina.

Sua moglie, donna Laura, da persona intelligente, aveva sempre rispettato quei gusti e quelle consuetudini, senza rinunziare però a discorrerne con quella cert’aria di compatimento che doveva mantenerla sul suo piedestallo. Per lei il Natale non era che un pretesto per affermare solennemente, almeno una volta all’anno, la sua autocrazia che non cedeva nè ai tempi, nè ai costumi. Se non era più possibile la famiglia patriarcale come ella aveva vagheggiato per alimentare le sue aspirazioni feudali, rimanesse almeno l’obbligo di quel pranzo di Natale che raccoglieva tutti intorno a lei come un tacito omaggio alla sua autorità. Ciò che sarebbe riuscito ad ogni altra naturale e gradito, costituiva per lei, quasi unicamente, una soddisfazione d’orgoglio. C’erano tutti intorno alla mensa: suo figlio, lo stimato e noto giornalista dai capelli già grigi, coi bimbi e la governante inglese; la nuora, una bruna vivace e astuta dagli occhietti di cingallegra; sua figlia Marta, una creatura bizzarra, un po’ esile, fumatrice arrabbiata di sigarette, e suo genero, alto e grosso e brutto come l’Orco; infine l’altra figliuola giovinetta, sgusciata appena dalle mani dell’istitutrice. Poi i parenti più lontani, quelli che formavano il maggior ornamento al carro di donna Laura: una cugina vedova che veniva ogni anno da Firenze, splendida figura di Giunone, dai movimenti bruschi, ridanciana, provocante; un nipote ufficiale arrivato da Massaua, la vigilia, per quel famoso pranzo di Natale, e il figliuolo di un’amica morta, considerato oramai come un parente: il conte Silvestri, uno scavezzacollo e poeta per giunta.

Donna Laura, naturalmente, dirigeva la conversazione anche a pranzo, intavolava i discorsi, lasciava cadere quelli che non le garbavano, ne troncava anche certi altri, risolutamente, qualche volta con un sol gesto o con uno sguardo insistente de’ suoi freddi occhi grigi. Quella sera però le sue armi cominciavano a spuntarsi contro quelle dell’ufficialetto, che tirava via a dialogare sotto voce colla sua bella vicina, la vedova, il cui florido busto si torceva per le risate frequenti, mentre gli occhi di lui luccicavano, fissi su quella nuca fresca e bianca che l’abito un po’ scollato scopriva. Il generale, col tovagliolo al collo, parlava poco e mangiava assai, occhieggiando spesso e volentieri verso la formosa vedovella e sorridendo del suo riso senza capir nulla; gli altri non badavano a loro. Ma, oltre gli occhi severi di donna Laura e quelli avidi del generale, altri due occhi spiavano, invidi e penetranti, quelli di Alda, un po’ troppo fredda e distratta alla mensa di Natale.

— Si può sapere a che pensi, Alda? — ammonì con la sua consueta terribile freddezza donna Laura, vedendo che dimenticava perfino di incrociar le posate sul tondo; e la fanciulla arrossì voltando il viso verso il Baby, occupandosi -di lui per disimpegno. Un viso intelligente e simpatico, un tranquillo viso di donnina che un neo sulla guancia abbelliva.

— .... sapete che cosa mi ha risposto? — continuava la voce aspra di Marta che si tagliava un’altra fetta di panettone: — «padronissima di andare; a una commedia di quel genere io non vengo!» E gli altri ridevano tutti, meno sua madre.

— Ah! proprio così? — fece il conte-poeta stiracchiandosi i baffetti biondi un po’ soprapensieri.

— Precise parole, ve lo assicuro. — Marta scrollava le briciole di panettone dall’elegante abito a ricami di passamanteria che le vestiva la figura svelta, nascondendole il collo troppo lungo. — Precise parole. E un’aria scandalizzata!... Credo che mi leverà il saluto...