Ah se avesse osato!... Nei romanzi e nelle novelle si trovano le mogli che sguizzano al veglione per sorprendere i mariti infedeli; ma nella vita è un altro paio di maniche. Come procurarsi un abito e un cavaliere a quell’ora?... E il coraggio per pigliare una risoluzione così ardita?....
Pure, che sollievo, che acre voluttà misurare l’estensione della propria sciagura e drizzarsi davanti all’indegno come una apparizione di dolore, e atterrirlo, e annientarlo, e svergognarlo, e lapidarlo di rimproveri, e ridurlo nell’incapacità di scolparsi e di difendersi, e vederlo rodersi di rabbia e... di rimorso! Invece, nulla! Conveniva invece che lei si rodesse d’impotenza e di dubbio, accanto al fuoco, sola, come una Cenerentola....
.... Belle fantasie gemmate, colorite e luminose affollate di fate e di principi! Fosse venuta anche da lei la fata-madrina a farle una carrozza dorata di una zucca, e sei cavalli grigio-rasati di sei topi, e due paggi di due lucertoline; a renderla incognita e splendida! Come l’avrebbe ringraziata la piccola Mimì!....
Ma la fata non veniva, ed ella rimaneva accanto al fuoco, dolente; e si sentiva ben più mesta e povera della bella ignorante fanciulla che rigovernava le stoviglie fra la cenere del focolare: più mesta e più misera di Cenerentola, malgrado le pelliccie, e i cuscini di seta, e gli orecchini di brillanti; poichè il suo Principe innamorato le era appena apparso che lo perdeva per sempre.
Pensando così alla fiaba, Mimì si guardava malinconicamente i piedini giacenti fra le pelliccie della poltrona lunga, i piedini arcuati, sottili, minuscoli nelle calze di seta nera e così ben calzati dalle scarpette scollate a fibbia severa: stile Luigi XVI. Erano il suo vanto quei piccoli piedi che avevano una tradizione gloriosa d’ammirazioni, d’invidie, e di.... baci, un tempo! Ma quel tempo era passato, era già lontano, svaniva già nella nebulosa dei ricordi. E dire che era appena scoccato il primo anniversario delle loro nozze! Che sgomento!
Intanto per le contrazioni nervose dei piedini mèmori, una scarpa elegante era sfuggita sul tappeto del pavimento. Mimì la guardò appena, così affranta come era, e immerse il piede libero fra la folta pelliccia, asciugandosi per l’ultima volta gli occhi col fazzoletto ch’era divenuto una spugna. Non li poteva tener più aperti gli occhi; le bruciavano tanto! aveva tanto pianto! Anche la testa ora le ardeva e le doleva un poco, e tutti i suoi nervi, a lungo tesi ed eccitati, si rilasciavano gradatamente, abbandonandola ad una prostrazione quasi dolce. Si aggiustò meglio fra i cuscini di felpa con un movimento amoroso e inconsciamente civettuolo, un movimento di micio o di bimbo che vuol essere carezzato. Anche lei pareva domandare una carezza a quei cuscini morbidi e un rifugio a quel tepore molle di nido.
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Come le era venuto tutto il coraggio per la grande impresa?.... Dove aveva trovato quell’ampio domino nero, che la nascondeva così bene? E chi l’accompagnava?... Se ne ricordava forse, Mimì? Poteva pensarci nello strazio in cui si dibatteva l’anima sua in quell’orribile notte infernale? Che confusione, che caldo, che frastuono, che volgarità! quel caos di gente e di colori, che le si stringeva addosso soffocando la sua personcina, la spauriva; quella ridda vorticosa, urlante, le dava vertigini dolorose. Serrandosi al suo compagno per sottrarsi agli urti, agli scherzi, alle mani di quella folla ubriaca, non distoglieva lo sguardo da un palco dove suo marito, il suo Silvio, beveva sciampagna accanto ad una procace «Follìa» dai biondi capelli disciolti sulle spalle nude. Che orrendo martirio!.... Aveva singhiozzato e riso sotto la maschera, aveva invocato Dio, inveito... ella, così mite e buona! E il suo strano compagno rimaneva muto, impassibile, misterioso, senza pensare a calmarla, a darle un po’ di coraggio o di rassegnazione. Un contegno inesplicabile che la esasperava di più....
.... Poi s’era messa a cercare quel palco affannosamente, inutilmente; aveva errato lungo i corridoi interminabili, involuti e semibui come catacombe; aveva raccolto tutte le sue forze per chiamarlo — una pazzia! — per gridare quel nome, e nessun suono usciva dalle sue labbra aride — una strana impotenza di voce che la strozzava....
.... Ah, finalmente, eccolo! eccolo con lei, l’indegno! lo spergiuro! Finalmente ella potè sciogliere l’orribile groppo, sollevare il suo cuoricino ferito con quel torrente caldo, vivo, abbondante, inestinguibile, furioso, di parole amare e ardenti che fluivano spontanee, alimentate dalla disperazione e dall’amore. Ed ora fuggire lontano, per sempre, non vederlo mai più.