— Impazzisce? — gridò Clotilde indignata, ribellandosi; — impazzisce? — E siccome l’avvocato la stringeva più forte, essa con l’ago gli punse la mano, violentemente.

Dardanelli si ritirò subito con un moto frettoloso e grottesco, soffocando un’esclamazione di dolore. — Quanto male mi ha fatto!... — mormorò poi, occupandosi della puntura con quell’importanza esagerata e quell’inquietudine propria del sesso forte per le ferite di questa arma esclusivamente femminile, un’arma da silfo, fatta d’un minuzzolo di raggio siderale: — Guardi quanto sangue! lei che doveva guarirmi...

— Ho imparato che si guarisce anche facendo del male, — ribattè la ragazza, rude, andandosene. — Si badi; — è un saggio.

Ella non sapeva d’esser tanto indovina dicendo queste parole.

***

A notte alta, Clotilde, vegliava sola nella sua camera. La lucernina a petrolio, velata d’un bianco perlaceo, pioveva una luce chiara e tranquilla sulla giovine testa bionda china sul libro, e si diffondeva mite a lambire le pareti grigie a mazzi di rose. Nel fondo biancheggiava un letto stretto, monacale, su cui era un gran quadro di cui si vedeva soltanto rilucere la cornice. Un altro quadro stava appeso nell’angolo dov’era il tavolino di Clotilde, tra le due finestre: il ritratto a olio d’una donna giovine vestita di velluto nero con un piccolo collare di trina.

All’abito austero, alla posa rigida e convenzionale faceva contrasto il volto quasi infantile, dall’espressione dolcissima e dallo sguardo amoroso rivolto verso la fanciulla con quel non so che di mesto, di stanco, di assorto, che hanno i ritratti dei morti non dimenticati. E sulla fanciulla, che studiava assidua, protetta da quello sguardo, fra i cortinaggi di velo delle finestre, alti e candidi come ali, nella solitudine feconda di quelle pareti gaie e silenti, parevano scendere benedizioni.

Sul tavolino, fra l’aridità dei libri di scienza, dei trattati di patologia e di farmacologia, dei cartolari, delle boccette d’inchiostro, la nota delicata, femminile: un mazzolino di viole e un ramo di biancospino in un bicchiere.

Clotilde leggeva, segnando in margine qualche periodo o qualche parola colla matita che si picchiettava poi sui denti stretti con un movimentino che pareva distrazione, ma che in lei caratterizzava il massimo dell’occupazione del pensiero in qualche cosa. Le viole e il biancospino odoravano forte sotto il calore del lume che li avvizziva; in lontananza, nella campagna, un cane abbaiava con insistenza noiosa e s’udiva fioco e continuo il gracidare delle rane. A lungo la testa bionda giovanile rimase china sui libri e sui quaderni di appunti; a lungo la lucernina diffuse luce e tepore nel silenzio che, inoltrando la notte, pare addensarsi sempre più come un velario invisibile e isolatore, intorno a chi veglia nelle case addormentate; Clotilde non ebbe uno sbadiglio nè un atto di stanchezza. Quando guardò l’orologio nascosto nella cintura, fece un atto incredulo di stupore. Erano le tre.

Possibile! le tre? quasi cinque ore di studio continuo sfumate in un baleno! Era proprio una vera passione la sua, oh si! tanto forte da raccogliervi intorno tutta la sua giovinezza rigogliosa, fiorita di sogni. Sogni strani, d’una purezza immacolata, un po’ livida, un po’ mesta, un po’ fredda, come ogni grandiosità: imprese, uomini, cose. Pace summa tenent era il motto che aveva scelto: pace, ma non quella di morte! La morte essa l’avrebbe combattuta, accanitamente, con tutte le forze del suo ingegno e della sua vita, l’avrebbe vinta, incatenata, fugata sventolando il vessillo della scienza in cui credeva con la fede ardente e cieca di una neofita; a cui benediva come ad un ideale di verità e di bellezza; a cui tendeva le braccia come alla felicità.