Forse l’avrebbe trovata, lei, la felicità. L’avrebbe trovata in quel romitaggio splendido e austero dove sono così pochi gli eletti, così pochi quelli che vi ascendono, molto amando! La gloria, una posizione rispettabile, l’interesse materiale, ecco, — pensava Clotilde, — l’esca di quasi tutti i giovani studenti di medicina; ed anche quelli che hanno la vocazione vera, viva, sincera, sfrondano così presto i loro begli entusiasmi! perdono così presto la loro fede gioconda! — Ebbene, lei no: lo sentiva. Aveva un tesoro di volontà tenace e di amorevolezza; queste doti eminentemente muliebri, che fanno le eroine. Poi, la pietà. La pietà, la nota fondamentale del suo carattere, affinantesi qualche volta morbosamente. Da bambina era svenuta vedendo dei monelli tormentare un cagnolino cucciolo; e quando la nonna portava, implacabile, al gatto la trappola che conteneva il topolino smarrito e umiliato, c’era ogni volta una scena di singhiozzi e di preghiere che lasciavano la bimba nervosa per tutta la giornata. Si ricordava anche di aver vuotato tutto il contenuto del suo salvadenaro nel grembiule di un manovale, per riscattare un passerotto intirizzito, ed anche, lei, così mite e tranquilla, d’aver amministrato una buona dose di scapaccioni al fratellino che strappava le ali a una farfalla viva. Quando cominciò a frequentare la scuola e a formarsi la sua piccola esperienza intorno alle ingiustizie e alle miserie della vita, le generosità spontanee, le delicate abnegazioni divennero per lei un’abitudine, una necessità. Compagne scusate e protette, merende divise, compiti fatti di nascosto per qualche bambina poco intelligente e volonterosa, regalucci, elemosine, e con tal frequenza che la nonna aveva dovuto avvertir la maestra, poichè le bimbe più astute, con un po’ di commedia, la svaligiavano. Una sera, in principio d’inverno, era tornata a casa coi piedi nudi negli stivalini perchè aveva dato le sue calze nuove di lana a una bambina che piangeva dal freddo ai piedi. I suoi giocattoli, specialmente le bambole, andavano tutte, una dopo l’altra, a consolare qualche dolore infantile, a rallegrare qualche malatina, a far dimenticare qualche digiuno... pronta a pigliarsi poi con filosofica rassegnazione i rabuffi della nonna ed anche qualche correzione più spiccia dispensata dalle mani della vecchietta, niente affatto entusiasta di quel lusso di filantropia.

A nove anni suo padre la mise in collegio, e ne uscì a quindici con tutti i primi premi per gli studi e per la buona condotta; lasciando edificate dietro di sè maestre e compagne per la sua intelligenza viva, la sua persistenza tenace nell’operosità, la dignità serena delle sue maniere che le attiravano intorno una deferenza che pareva rispetto. Una sol volta fu punita severamente, e fu per aver trasgredito l’ordine assoluto di non salire a certe camerette dell’ultimo piano, dove stava rinchiusa da anni una monaca pazza, «pazza per amore» bisbigliavano fra loro in segreto le educande. Clotilde era salita da lei una volta, poi due, poi dieci, poi aveva finito per visitarla regolarmente ogni giorno in un momento o nell’altro, quando poteva sfuggire alla sorveglianza, mettendo tutta la sua diplomazia e tutta la sua fredda volontà in quella disobbedienza, dopo che si era accorta d’un lievissimo miglioramento dell’infelice accarezzata dalle sue cure. Poi un bel giorno costei le si era avvinghiata al collo, tempestandola di baci con una furia così selvaggia, che la guardiana se ne spaventò e a scanso di responsabilità avvertì la Direttrice. Clotilde non potè veder la pazza mai più. Qualche tempo dopo, la monaca moriva.

Rientrata in famiglia, fra sua nonna, suo padre, un militare in ritiro, e suo fratello, la giovinetta andava dicendo di volersi far suora di Carità. Ma la nonna, che odiava le romanticherie, fu la prima ad opporsi con una risolutezza che le accendeva il desiderio continuamente, più forse delle elette e spirituali figurine che vedeva passare nei discorsi di suo padre, quando evocava con lei i suoi ricordi di campo e di ospedale. L’attraeva il mistero gentile delle bende, quel mistero in cui non raggia che un viso e un nome: un viso sempre dolce, un nome soave che le fa migrare attraverso il mondo invisibili e sconosciute come una falange di angeli custodi scendenti dalle regioni in cui non c’è patria nè personalità. L’attraeva quella gran pace attiva nell’oblìo e nel riposo e nell’ignoranza d’ogni cosa, come se una blanda riviera letèa avesse dilagato sulle passioni e sui ricordi della vecchia vita naufragata; l’attraeva sopratutto l’abnegazione efficace, la carità feconda, la castità austera di quelle esistenze. Ella, che sognava di avere le braccia della Provvidenza per attirare e consolare tutti gl’infelici e i dolenti della terra, avrebbe potuto finalmente profondere quel tesoro d’affetto e di pietà che le si accumulava nel cuore. Oh esser utile e benefica! ardente e pia! Il miraggio tranquillo di quella vita turbava i suoi sonni di vergine come un desiderio d’amore.

A deviare quella corrente che minacciava di portare serie burrasche in famiglia, venne un vecchio medico, amico di casa, una simpatica figura di patriota e di cavaliere, volta a volta brusco e cortese, un po’ strambo anche, ma sempre ameno e arguto come un monello.

— Ebbene, — aveva risposto alla ragazza che gli confidava i suoi crucci; — ebbene, studia medicina. È press’a poco la stessa cosa, sai. È un apostolato filantropico e consolatore come l’altro e d’una carità più militante. Una donna vi può far miracoli. Prova.

Ed avendo lei addotto timidamente la difficoltà degli studi, del tirocinio, egli le rispose con uno sguardo ironico e una scrollata di spalle: — Dell’ingegno e della volontà ne hai da dare a me; di freddezza e di una certa disinvoltura spregiudicata e dignitosa non devi difettare, se ti sentivi pronta a peregrinare per il mondo sola, pronta ad assistere a tutte le miserie degli ospedali e dei tuguri. Fa la medichessa.

Questa volta Clotilde non aveva risposto nulla ed era rimasta un po’ di tempo a guardar diritto dinanzi a sè co’ suoi occhi larghi e neri che la miopia rendeva misteriosi. Forse si sarebbe limitata a pensarci su, se un incidente non l’avesse decisa. Furono i pettegolezzi di una vecchia serva. Essendo un giorno rimasta in casa sola con lei, la donnicciuola incominciò non richiesta a narrarle molti particolari della malattia che aveva spinto nel sepolcro la madre di Clotilde nel fiore della giovinezza. Clotilde, a cui avevano lasciato credere che il tifo l’avesse uccisa, seppe così che la mamma era morta dopo aver sofferto lungamente, eroicamente, di un male interno, cancrenoso, che nascondeva a tutti come una vergogna per non farsi curare da un uomo. Quando se ne accorsero era già tardi e ancora nessuno potè vincere quella ripugnanza invincibile, selvaggia. E il pudore la uccise.

Clotilde a questa rivelazione rimase scossa rudemente, profondamente, intensamente, e tutta la pietà del suo cuore si sollevò come di fronte ad un’enorme ingiustizia. Una cosa orribile, inumana, il lento suicidio pieno di spasimi di quella madre che voleva vivere, in lotta con la donna che si lasciava morire avvolgendosi nell’ultimo velo della sua castità. L’anima delicata della fanciulla vibrò dolorosamente, senza che le lagrime o le convulsioni di compassione della sua infanzia sensibile si rinnovassero in questa grande amarezza, nella più grande compassione della sua vita.

Rimase tre, quattro ore in camera, sola, in ginocchio dinanzi al ritratto della sua morta senza pregare nè piangere, muta, intontita, come se l’avessero appena portata al cimitero; rimase là con un un gran peso sul cuore, e nel cervello una fissazione sottile, acuta, insopportabile. Sua madre avrebbe potuto non morire dunque! Bastavano due mani bianche e una dolce voce femminile sul suo letto di dolore, nient’altro... E il mal di cuore non tormenterebbe il babbo incanutito innanzi tempo, e lei avrebbe veduto vivi, animati, per la casa quel sorriso e quello sguardo che erano un compendio di tenerezze e che oramai non ricordava che immobili così...

Quando si risollevò, la sua decisione era presa. Studierebbe medicina. La mamma, Dio, glielo suggerivano, glielo imponevano come un dovere, come una missione. Era una specie di rivendicazione del suo cordoglio, una vendetta spirituale contro la morte, cui avrebbe tolto cento altre madri se le aveva rapita la sua. Il babbo la appoggiò e la nonna non osava opporsi troppo, pensando forse che era meno male medichessa che suora di Carità, o meglio, sperando che la via lunga e ardua la stancherebbe. Ma ciò non fu. Tutta la forte volontà, la prontezza dell’ingegno, la memoria viva, l’elasticità della fibra, tutta la ricchezza dei suoi quindici anni la fanciulla donò alla sua idea. Lo studio divenne la sua distrazione, il suo rifugio, il suo conforto, la sua dolcezza. Quando il babbo, che languiva, si spense, dopo le prime giornate di desolazione, Clotilde si rimise allo studio con più ardore, domandandogli l’oblìo come ad un’ebbrezza; e sovente, nelle ore che le ravvivavano il ricordo della sventura sofferta, le accadeva di reclinare la fronte con un lieve singhiozzare su qualche grosso trattato di Patologia che rimaneva aperto sotto quella testa bionda come per accogliere il suo dolore.