Così fece tutti i corsi insieme agli studenti, ed ogni esame era per lei un trionfo. Riservata, semplice, modesta, i professori la preferivano francamente, e nessuno dei suoi compagni pensava a serbarle rancore, anzi pareva che cercassero anche loro di favorirla; forse per quel tal sentimento quasi di protezione cavalleresca che nasce dall’affratellarsi dei due sessi nella medesima scuola. Le altre studentesse erano meno indulgenti; ma poi Clotilde non si poteva dir bella e si vestiva e si pettinava così dimessamente che pareva lo facesse apposta per non dar nell’occhio, quindi in grazia di ciò, molto del suo talento le veniva perdonato.

Entrata all’Università, le opposizioni della nonna ricominciarono. Clotilde, che non poteva contare sull’unico appoggio rimastole, quello del fratello, un egoista inutile, assorto sempre nelle sue visioni di gloria, si limitò a tener sodo senza difendersi; e questa resistenza silente e tenace irritava la vecchietta già inasprita dalla sventura. Se avesse usato un pizzico di diplomazia, l’urto sarebbe stato attenuato; ma la fanciulla era troppo franca, troppo fiera per fingere o anche solamente esagerare una sommessione affettuosa che avrebbe rasentato l’ipocrisia. Tutte le tenerezze della nonna erano per Roberto, ella lo sapeva bene, nè se ne lagnava per una gran dose d’alterezza e di filosofia, forse anche per un fondo d’indifferenza ch’era nel suo carattere. E non le aveva mancato di rispetto mai: nè con un atto, nè con una parola.

Eppure la nonna, con quella minuta e fredda crudeltà che hanno talora i vecchi, non lasciava di stuzzicarla e di mettere a prova la sua fermezza, affidandole mille faccenduole da sbrigare, o noiosi lavori d’ago che le rubavano quasi tutte le sue ore di riposo ed anche qualcuna di studio. Clotilde tranquillamente si rifaceva vegliando. E la signora Rita, che non sapeva come fare a pigliarsela, si sfogava coi vicini, atteggiandosi a vittima di quella stramba ragazza che si impuntava a correr su e giù in tram dall’Università alla villetta e viceversa, mentre avrebbe potuto viver agiata e tranquilla fra il suo telaio di ricamo e i suoi fiori aspettando un marito, qualche buon giovine assennato e danaroso che certo non le sarebbe mancato. Ma così! chi doveva aver coraggio di avvicinarla? Una ragazza che studia medicina! che deve veder tutto e saper tutto... Uno scandalo, uno spino continuo, il cruccio della sua vecchiaia. E i vicini compiangevano in coro.

Clotilde si spogliava nell’intimità della sua camera. Aveva spento la lucerna e acceso la candela sul tavolino da notte; la sua ombra sulla parete volteggiava lieve ed enorme. Che giornata faticosa! E quelle ore, là al teatro anatomico con quell’odore... E poi alla clinica quel bambino che urlava e quella madre così pallida e il professore che non finiva più di dimostrare, di spiegare... Ebbe ancora un brivido, ripensando quella scena che aveva scosso così rudemente, così dolorosamente la sua sensibilità femminile; e un vago sgomento le stringeva il cuore, pensando alla lunga serie di miserie, di strazi, a cui avrebbe dovuto ancora passar in mezzo, ancora e sempre, tutta la vita, come in una corsia infinita d’ospedale; cloroformizzandosi spiritualmente per non turbare con le sue sensazioni l’opera della scienza; scacciando le emozioni come un egoismo, la compassione come una crudeltà.

Era rimasta con la sottanina breve di flanella a righe azzurre e bianche e con la sottovita di maglia grigia. Si spettinava, e così con le braccia levate in un atteggiamento grazioso di sirena o di dea, tutte le forme opulente del suo bel corpo sbocciavano. Il nodo dei suoi capelli era fermato da uno spillo d’argento, una specie di pugnaletto donatole da suo fratello che vi aveva fatto incidere su un motto cavalleresco: «Non ti fidar di me se il cor ti manca.» Levato lo spillo, il torciglione si allentò mollemente ed ella con una mossa del capo lo fece ricascare sulle spalle allargandolo con le dita, sciorinandolo prima di farsi la treccia per la notte. I suoi capelli non erano lunghi, ma fini, abbondanti, ondulati e d’un bel castano che al sole s’indorava.

..... Oh le povere piccole membra contratte dallo spasimo...! oh il martirio intimo, muto di quella madre, e la voce del professore così calma...! e le sue dita così rapide e sicure quando avevano guidato il piccolo bisturi....! Quella visione d’angoscia non le si levava dalla mente. Anche la Ginoli, l’altra studentessa, era assai pallida: gli assistenti si affollavano, come se la curiosità vincesse la pietà. Ma non era curiosità soltanto, lo sapeva... Qualche profilo caratteristico o amico le si delineò nella mente: Santarelli biondo e scialbo col suo collo d’oca; il testone d’Embrici così timido e goffo, martire dello studio e dei compagni; Altarini, un saccentuzzo dalla voce stridula che soverchiava sempre; il bel Raimondi, che faceva perder la testa alla Ginoli; Serralta, detto il gobbino per la sua imperfezione che gli valeva qualche riguardo dai compagni, i motteggi della Ginoli e la compassione di Clotilde che si sapeva adorata in segreto da lui. Un viso da scimmia quello di Serralta, dai lineamenti continuamente in moto per una specie di tic nervoso, dagli occhietti maligni che si illanguidivano incontrando quelli della fanciulla, che col suo contegno severo non aveva mai incoraggiato quell’amore.

Finì di spogliarsi in fretta e si cacciò fra le lenzuola candide e ruvide del suo letto duro. Ma non aveva sonno. La stanchezza e la veglia, che per solito la facevano cader giù addormentata come un masso, quella notte la tenevano desta in una lieve eccitazione di nervi tormentosa e dolce. Le pareva che una forza invincibile la obbligasse a tener gli occhi sbarrati e la fantasia in azione. Tutte le sue fibre vibravano, e nella sua mente era una ridda faticosissima d’immagini, di pensieri, di formule, di nomi tecnici, di visioni... Quel piccolo paziente e quella madre...! Clotilde non sapeva spiegarsi come mai quell’episodio le fosse rimasto impresso così vivamente nel cervello, mentre non ne aveva risentito sul momento una scossa esagerata. Non sapeva come mai quel quadro penoso, sopito nel resto del giorno, giganteggiasse ora nella solitudine della sua stanza così paurosamente da diventare un incubo.

Seduta sul letto, con le braccia in croce contro il largo scollo della camicia che le scivolava dalle spalle, vagava con gli occhi spalancati negli angoli bui e cheti della sua stanza dove tutto pareva dormire: i libri ammassati sul tavolino, i mobili ordinati, la lucernina spenta, i suoi abiti ricascanti su una sedia in atteggiamento di abbandono, perfino uno de’ suoi stivalini rovesciato per terra. E le bianche tende, lievi e alte come ali, scendevano come per proteggere il sonno di tutta quella cameretta innocente. Ma lei no, non dormiva; e la candela accesa sul tavolino da notte, che dava delle luminosità auree alla treccia molle e cadente de’ suoi capelli, delle morbidezze alla nudità delle sue braccia e del suo collo torniti, dei candori languidi alle coltri e ai guanciali, pareva vegliare anche lei, maliziosamente.

Poi, Clotilde lasciò ricascare la testa e le braccia sulle ginocchia piegate e si mise a piangere silenziosamente, senza perchè, senza motivo, così, per tristezza, per la gran tristezza arida della sua vita che minacciava di atrofizzare il suo cuore; per le scene lugubri che riempivano quelle ridenti giornate primaverili, giovani come lei; per quell’atmosfera sinistra d’ospedale e di morte, da cui si sentiva penetrare ogni giorno più, paurosamente. Intanto quelle lagrime le rilasciavano i nervi, le facevano bene, ed essa lo sapeva e ne provava un sollievo sempre più dolce, poichè attraverso alle lagrime che empivano le sue palpebre chiuse, su quel fondo di malinconia stanca, una figura virile andava delineandosi, nascondendo gradatamente orrori e tristezze, fondendo la sua angoscia lugubre in una soavità delicata e tranquilla che era quasi una gioia. Come l’aveva guardata quella mattina!...... Strano quello sguardo, che pareva una impertinenza ed era un’ingenuità. E quel sorriso muto, quando le aveva nascosto tra un libro il ramoscello di biancospino... E quell’atto sgarbato accompagnato da una parola che pareva una carezza... e quel saluto lungo, esitante, scorato; e quella voce armoniosa piena d’impazienze e di tenerezze. Quanti tesori da contare quel giorno e quanti forse anche per il giorno dopo, ancora e sempre, tutti i giorni, fino alla morte, fino all’eternità. Tutti i giorni così, una o due ore con lui, liberi, tranquilli, senza desiderare di più, senza sperare di più. Sorrise da sè col capo nascosto, poi si lasciò andare all’indietro sui cuscini, coll’anima alleggerita, la mente riposata in quell’unico pensiero blando. Il biancospino e le mammole, invisibili nell’ombra, dal loro vasetto sul tavolino effondevano una fragranza lieve nella camera chiusa. Clotilde la sentiva aleggiare su lei, come se tutti gli spiriti della primavera avessero invaso la sua camera per calmare i suoi tumulti e cullare il suo sonno con l’emanazione di tutti gli amori della natura. E si addormentò, con la candela accesa, la testa rovesciata da un lato, le dita intrecciate al cordoncino d’oro che le scendeva dal collo fra le pieghe della camicia. S’addormentò, ed ebbe un sogno d’amore tutto fiorito di mammole.

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