Contro il solito, Roberto scese quella mattina prima di Clotilde e uscì in giardino a passi lenti, cogli occhi stretti in aria meditabonda, la sigaretta fra le labbra, il ciuffo biondo de’ suoi bei capelli più scompigliato che mai. Andò a sedersi sul sedile di ferro fra il gruppo dei sicomori ancora sfrondati, ma già tutti ricchi di gemme e di bocciuoli. Ogni immobilità rigida e muta dell’aria, delle piante, della materia, pareva animarsi all’alito della primavera come al fiato di Dio. La nova stagione sorrideva tra timida e ardita, tutta grazie selvaggie, gentili sorprese, contraddizioni e stonature adorabili: come un adolescente. Dai rami secchi della siepe, ancora stecchita nel sonno invernale, sbocciavano fitti ed innocenti i fiori di biancospino; sotto il seccume antico dell’autunno odoravano invisibili e tepide le mammole; i grappoli della glicine ricascavano sul muro nudo della villetta fra le due ramificazioni spoglie e nodose. Roberto fissava, con la mente lontana, una finestra spalancata, che la glicine inghirlandava e in cui si gonfiavano alla brezza, come vele, le tende bianche, leggiere.

Clotilde apparve sulla soglia della saletta d’ingresso con un libro sotto l’ascella, abbottonandosi un guanto. Ma Roberto non la vide, o finse di non vederla, se non quando gli passò vicino.

— Che miracolo... — disse lei.

— Miracoli della primavera, — rispose Roberto con un accento ispirato; ed essendogli caduto ai piedi il lapis di Clotilde, lo raccolse e glielo rese. — C’è da sperare che ne faccia un altro, — aggiunse dopo un’occhiata esaminatrice; — quello di farti smettere quel cencio di vestito che fa orrore.

Ella si guardò, indifferente, una manica: — È poi così orribile? Io non me ne accorgo; non ci sono macchie, quindi..... Povero Roberto! — continuò sorridendo. — E dire che ti piacerebbe avere una sorella elegante che sfoggiasse abiti ogni settimana...

— Dallo sfoggio alla miseria c’è tutta una sfumatura, — riprese lui, piccato. — Questa tua fissazione del nero, con quelle pieghe diritte come quelle delle monache, con quell’eterna cintura di nastro; quel cappellino che vorrebbe aver un’aria maschile, quella giacchetta che ti vedo da tre anni... andranno benissimo, non lo nego, per affermare le tue idee d’emancipazione, ma danno anche il diritto di deplorarle e la forza di bandire una crociata contro di voi, rinnegatrici d’ogni grazia e d’ogni gentilezza, refrattarie a ogni seduzione... profanatrici dell’eterno femminino...

Clotilde lo affisò, incerta se scherzasse o se parlasse sul serio; ma Roberto non sorrideva, non scherzava. Gli era rimasto, solo, sul volto un’ombra dell’intima compiacenza per aver trovato quelle belle frasi d’oratore. Però seguì su un tono meno aspro:

— Voi donne possedete sole il segreto delle raffinatezze delicate, delle sfumature indefinibili, delle armonìe indistinte, di tutte le finezze, di tutte le fragranze sottili, di tutte le cose immateriali e colorite e luminose che adornano il mondo. È come una grande volatilizzazione della bellezza che le donne fanno fluttuare su di noi, inafferabile, divina, inebriante, di cui esultiamo ignoranti e felici come i fanciulli che non sanno il perchè delle cose. Se rinunziate o sdegnate questa vostra missione stupenda, chi vi sostituirà? Che sarà del mondo? che sarà di noi? che sarà di voi, che perderete tutto il vostro fascino di delicatezza e di leggiadria, senza poter uguagliarci mai in quella forza, che a torto o a ragione ci rende alteri?

Clotilde non amava le discussioni. Le scansava. Con suo fratello sapeva poi che non poteva ingolfarvisi senza che uno dei due ne uscisse ferito sul serio. Egli era troppo innamorato di parvenze, lei della verità.

Rimase a capo chino, guardando il libro nell’attitudine d’una colpevole. Roberto aveva rimesso tra le labbra la sigaretta e mandava fuori in silenzio le nuvolette di fumo: — Via, — aggiunse sempre più dolcemente, — un po’ di rosa, un po’ di viola, un po’ di fiori, un po’ di primavera su quel vestito!