Clotilde posò il libro sul sedile e s’inginocchiò per terra. — Ecco, — mormorò affondando la mano nel muschio umido e tepido fra cui spuntavano mammole, — ecco la primavera! — E si infilò le violette in quell’eterna cintura di nastro nero che si vedeva fra la giacchettina aperta.

Un trotto cadenzato sulla via maestra la fece balzare. — Il tram, — disse, — bisogna spicciarsi; se no rischio di rimanere a piedi; addio! — E si mise a correre col suo libro verso il cancello nel lume biondo del sole mattutino, pronta e gaia al principio della sua giornata faticosa, mentre Roberto sul sedile, avvolto nella frescura profumata, vagava con la fantasia intorno a visioni di bellezza e a rime d’amore.

***

Si salutarono con un sorriso e cogli occhi radiosi per la gioia dolce sempre rinnovellata di quel primo vedersi. Egli, al solito, le prese il libro, la aiutò a salire sul tram, le fece posto accanto a sè sulla panchina in silenzio. Pareva ormai una cosa convenuta, e per una specie di tacito accordo o di complicità indulgente, quel posto rimaneva vuoto finchè ella saliva, oppure chi lo occupava se ne ritraeva subito premurosamente. E Clotilde non ne rimaneva imbarazzata e lui neppure, tanta schiettezza mettevano in quel sentimento che li avvinceva; un po’ più dell’amicizia, un po’ meno dell’amore. Da un anno continuavano a incontrarsi così tutti i giorni, i giovani, in quella breve gita mattutina, da quando lui era andato ad abitare una casetta fuori di porta per consiglio dei medici, che avevano raccomandato a sua madre l’aria libera della campagna per quel figliuolo, l’ultimo dei cinque che la tisi aveva spazzato via.

Aroldo dava lezioni di musica; quindi ogni mattina era obbligato a scendere in città come Clotilde. Questa abitudine comune li aveva affratellati, poi era divenuta un sollievo per entrambi, poi una festa. Aroldo saliva alla stazione del tram, che era a due passi da casa sua, e dopo un mezzo chilometro saliva anche la fanciulla che attendeva il passaggio del carrozzone fuori dal cancello bianco del piccolo giardino. Quei due chilometri all’aria viva e fresca su quella panchina di tram, fra un chiacchiericcio animato, le risa, le discussioni gaie, le canzonature, sfumavano in un baleno; pure essi ne attingevano una forza insperata per le fatiche della loro giornata operosa: una specie di elasticità gioconda, che alleggeriva a lui la monotonia triste delle lezioni, a lei l’oppressione cupa dell’ospedale. Qualche volta i loro bisticci erano così ameni e le loro risate così spontanee che gli altri si voltavano a guardarli e sorridevano. Del resto, non erano numerosi i loro compagni di viaggio e sempre gli stessi: la serva del parroco col cesto delle spese; due scolaretti di ginnasio; una ragazza pallida e melanconica collo scialletto tirato sugli occhi, che andava a lavorare a giornata; il portalettere, un magrolino che aveva l’argento vivo addosso; un vecchione sonnacchioso; una lattivendola. Tutta gente che parlava poco, meno il portalettere che sfogava la sua parlantina toscana coi conduttori del tram. Entrati in città, al primo crocicchio, Clotilde e Aroldo facevano fermare e si lasciavano quasi senza salutarsi, in un’ultima risata, scendendo uno di qua l’altro di là, come se scappassero e senza voltarsi indietro. Lei svoltava subito nel vicolo che fiancheggiava l’Università; lui infilava i portici ampi, lucenti di marmi e di vetrine.

— Come stanno i suoi malati? chiese Aroldo, appena Clotilde si fu seduta, colorita e palpitante ancora per la corsa.

— Non mi faccia arrabbiare; oggi non ne ho voglia....

— Come me, dunque! Queste prime giornate di primavera mi mettono un’uggia addosso, inesplicabile; le lezioni mi diventano un supplizio... Se sapesse quante volte al giorno mando al diavolo scolari, musica, compositori, istrumenti, perfino Guido d’Arezzo... anzi, prima di tutti lui...

Clotilde rise.

— Sì; è una miseria, — disse poi, — questa svogliatezza e questa tentazione di vagabondaggio in primavera. Almeno piovesse; i nervi sono più tranquilli....