— Io no; è il destino che sfoglia tutto intorno a me... — mormorò lei quasi piangente. E sedette sul sedile di pietra nera, l’ultimo sedile, appartato, nel fondo del poetico ambiente. Era come in una nicchia di rose: a’ suoi piedi la fontana; tutto intorno molto verde messo là per ragione di prospettiva, li isolava. Potevano credersi in un pianeta ideale.
De’ Falchi le sedette accanto e le cinse la vita con un braccio.
— Il destino siamo noi, — le disse dolce, insinuante; — e noi ci ameremo tanto, tanto; ci ameremo per tutte le ore perdute, per tutte le ore che mi hai rubato, che mi hai tradito. Sono io il tuo sposo, e tu sei mia. Nessuno dei due ha dimenticato, vedi? Nè tu nella pace, nè io nella tempesta dove cercavo di sommergere l’immagine tua. Sei stata la rovina della mia vita, tu, Letizia; non m’hai amato abbastanza... ma ora, quand’anche questo amore dovesse passare come un turbine sulle nostre esistenze, noi non ci separeremo più....
Letizia udì confusamente le ultime parole. Quell’accento di passione, quello sguardo che la bruciava, quel soffio che usciva dalle labbra del giovine a carezzarle la fronte, quel luogo fantasiosamente bello, tutto, tutto finiva di paralizzarla, di perderla...
Svincolò dolcemente le mani e si velò il volto impallidito: «Oh amore dei miei giovani anni... Oh mio ideale!» gemette l’anima sua, ed appoggiò esausta la testa fra le rose. Ma la voce insinuante la perseguitava, le rispondeva all’orecchio: «Oh, i fini capelli odorosi, la delizia e il delirio della mia giovinezza.... il mio tesoro rubato io lo riprenderò!» — E fra le rose, fra il profumo, ella sentì il suo bacio fra i capelli.... ma a quel contatto scattò, si riprese improvvisamente, mentre una nevata di petali rosati cadeva dai rami bruscamente scossi sul sedile di pietra nera.
— Oh no, Carlo è troppo tardi, — disse dolorosamente. E con un’improvvisa energìa si diresse sola, frettolosa, verso la porta. La musica cessava allora.
***
Rientrata in casa non si coricò. Si richiuse nelle sue stanze congedando la cameriera. Ritta, nella luce chiara e diffusa del piccolo spogliatoio parato a colori ridenti, dinanzi allo specchio alto e stretto che la rifletteva bianca e bella, così senza gioielli e senza guanti, ella si scioglieva il vestito lentamente, lasciando errare gli occhi pensosi fra gli accessorî del suo abbigliamento gettati qua e là alla rinfusa. E gli occhi neri, profondamente cupi, si posavano, senza sguardo, dal ventaglio prezioso di merletto al fazzolettino di Malines, dal carnet d’argento ossidato ai lunghi guanti che serbavano ancora l’impronta delle sue braccia scultorie, della sua tenue mano; dalla sciarpa di blonda profumata di violetta che le avvolgeva il collo, uscendo, all’iridescente splendore dei brillanti che si ammucchiavano nel cofanetto aperto. Mentre le scivolava ai piedi l’abito in una densità gentile di colori, come un nebuloso piedestallo, Letizia ne trattenne bruscamente un lembo accendendosi in viso. Nascosto e protetto da una piega, aveva trovato un petalo di rosa, fragile avanzo che tenne lungamente fra le dita convulse, immersa nel ricordo di quel momento di sgomento e di amore. Poi infilò una veste da camera, passò nel suo salottino, s’accertò se gli usci erano ben chiusi e sedette alla scrivania. Scrisse due pagine, senza interrompersi, alla luce oscillante di un candelabro; ma incontrando cogli occhi un ritratto, si gettò indietro nella seggiolina, col respiro mozzo, le tempie umide di sudore gelato. Cacciò il ritratto in un cassetto e si rimise a scrivere, poi rallentò, posò la penna, e mise il volto nelle mani. Perchè le venivano quelle idee adesso? Suo marito dormiva inconscio....... forse non aveva neanche osservato Carlo De’ Falchi fra la folla; certo non lo conosceva, ed ignorava l’idillio fuggitivo della sua primavera..... Riprese la penna; lo stianto d’un mobile la fece balzare in piedi nascondendo il foglio vivacemente..... poi si rassicurò dandosi della grulla. Gli usci erano chiusi, la casa addormentata in un fitto silenzio. Chi poteva immaginare ch’essa vegliava scrivendo delle lettere d’amore?
.... E lui? Che faceva lui a quell’ora? Sognava la sua diva dai fini capelli odorosi?.... Ah, se avessero detto alla poveretta dove e come lui finiva la notte.....
«Ancora pochi giorni, scriveva, poi saremo liberi di vederci quando ne abbiamo voglia, senza timori, senza sorveglianze.... Il mondo? Che importa a noi del mondo? Ci amiamo, il mondo siamo noi! Era destinato così....» E ripensando a quelle parole ardenti, s’interrompeva fremendo ancora d’emozione. Nessuno le aveva parlato mai così appassionatamente, con quella veemenza pazza ed inebriante; nessuno! Alberto? Oh, Alberto così freddo, così severo, così compassato, preoccupato solamente delle convenienze, semplicemente deferente e cortese con lei, senza scatti, senza entusiasmi per la sua bellezza, Alberto che la riguardava come un oggettino d’arte raro e fragile di sua proprietà — bisognava pur dirlo — non sapeva amare! O forse non l’amava, non l’aveva mai amata! «Forse anche m’inganna, forse ha un’amante», concluse Letizia; e nell’eccitamento di nervi in cui si trovava, si ripetè che allora essa poteva ben riamare chi l’adorava; che era nel suo diritto!.... Ma queste teorie che volevano pur convincerla ondeggiavano confusamente nella sua povera mente smarrita e non acquetavano le piccole serpi che la mordevano al cuore....