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— Letizia, — disse suo marito entrando il pomeriggio seguente nel salottino profumato, — ti porto una vecchia conoscenza. Il marchese Carlo De’ Falchi che mi dice di averti conosciuta da signorina e che ieri sera mi si rivelò come il fratello di un mio carissimo amico di collegio, morto. Ecco due titoli che gli danno diritto alla nostra amicizia.
De’ Falchi, che seguiva Alberto, si inchinò ossequiosamente alla contessa; ed ella, sollevandosi un poco, tutta bianca nel viso, gli tese la mano senza parlare. Aveva un abito di raso nero molto semplice, un gioiello antico al collo, una rosa alla cintura; abbigliamento severo che le dava una grazia tranquilla e dignitosa. Egli però la preferiva come la sera prima, con le spalle e le braccia nude, rosate, fra la sfumata trasparenza dei veli; ma si guardò bene dal lasciarlo apparire in quello sguardo balenante che le gettò attraverso il viso come un bacio rovente.
La giovane contessa era sul punto di tradirsi: nascose le mani tremanti; ma il sangue le pulsava violentemente al cuore, le ronzava negli orecchi. Cinque minuti prima avrebbe dato dieci anni di vita per rivederlo, ma non così, non in presenza di suo marito, non terzo nella loro intimità. Perchè non aveva aspettato, benedetto ragazzo? Ma era possibile che avesse tanto impero su se stesso da non svelare mai, nè con uno sguardo, nè con una parola imprudente, il loro segreto? Non doveva sentirsi ribollire il sangue alla vista di quell’uomo che la possedeva? Non doveva avvampare di sdegno, di gelosia, di amore, udendolo parlarle famigliarmente — entrando nella casa in cui vivevano in comune — dove doveva sentire l’eco dei loro baci?.... E come queste passioni tumultuanti non lo avrebbero perduto? E allora cosa accadrebbe tra quei due uomini?... Questo l’ingenua contessa si chiese angosciosamente. Ma De’ Falchi fino dalle prime frasi mostrò una disinvoltura, una calma, una naturalezza invidiabili. Fu cordiale ed espansivo verso Alberto; gentile e rispettoso con lei, e non un momento lasciò languire il dialogo. Fece con arguzia la rassegna della festa; parlò d’un romanzo francese che faceva il giro dei salotti, dell’equipaggio nuovo del duca d’Arce, di un ritratto all’antica fatto dal celebre ed estroso Fides alla principessa Montegaudio, di un matrimonio dell’aristocrazia, di una acconciatura della Regina.
Letizia lo guardava fissamente ascoltando, e taceva. Quella disinvoltura dileguava le sue paurose fantasticherie, sì, ma vi lasciava un fondo di tristezza e di dolore. Taceva.
De’ Falchi chiese a un punto se la signora contessa fosse sofferente.
— Sì, — diss’ella bruscamente, — soffro... — Ma la voce le morì nell’incontrare gli occhi di suo marito che le parve volessero scrutarle nell’anima.
— Soffri? È naturale, — osservò Alberto con perfetta calma. — Anche ieri non ti sentivi punto bene. Dovevi prevedere le conseguenze di un ballo nelle tue condizioni di debolezza e di squilibrio nervoso.
La contessa si arrovesciò lentamente nella poltrona abbassando gli occhi a passarsi in rivista le unghie opaline. Uno sgomento strano le aveva stretto il cuore a quelle parole, di cui credette afferrare un secondo significato noto a lei sola. Si sentiva morire.
— Sarebbe un quadro antico questo? — chiese improvvisamente l’ufficiale levandosi a osservare un ritratto fiammingo appeso alla parete.