— Si, un Van Dick, — rispose il conte alzando alquanto le tendine della finestra. La luce chiara battè loro sul viso e li circonfuse. Alberto, alto, bello, nobile, con le mosse e l’aspetto principeschi; De’ Falchi molto meno attraente della sera innanzi, al chiarore del giorno che gli metteva in evidenza le rughe precoci sul volto scialbo ed avvizzito; le occhiaie livide che gli cerchiavano gli occhi gonfi, senza splendore. La giovine signora lesse in pochi minuti su quel viso tutta la storia d’una bassa vita corrotta, poichè un senso di fredda ragionevolezza le era filtrato nel cuore. Perchè? da quando? Lo ignorava; ma in quei pochi minuti sentì che si risvegliava dal suo splendido sogno, senza scosse, senza spavento; ma si risvegliava, irreparabilmente.
— Eccellente, eccellente, e conservato, poi!
Nell’ammirare, de’ Falchi colse un momento favorevole per sussurrare a Letizia: Scrivetemi! Poi si congedò, inchinandosi e salutandola militarmente con gli occhi ridenti che lo tradivano. La contessa ebbe appena la forza di fare un cenno col capo, e quando furono usciti, suo marito e lui, s’abbandonò ad un pianto convulso tutto scosse e sussulti, un pianto lungamente represso che prorompeva disperato e violento. Era l’addio ad una larva del passato, era rimorso del sogno, era vergogna di quella realtà prosaica piena d’ipocrisia e di viltà. Oh! il suo vaneggiare di quei due giorni! il vaneggiare dolce e doloroso! la lotta per difendere l’invasione del proprio cuore! il turbamento sfumato in languore soave nel sentirlo cedere a poco a poco a quell’onda di passione rinascente che le offuscava la ragione.... quella pagina d’amore fra le rose, la lunga lettera folle, scritta e non inviata, i rimorsi soffocati dal ricordo di quella stretta e di quel bacio, la fisima di un amore purificatore, sublime, che dovrebbe redimere l’amato e fargli ricominciare la vita per lei.... che rimaneva di questo?...
Il prisma scintillante e variopinto era ridivenuto un vetro volgare. Ella sarebbe divenuta l’amante di quell’ufficiale di cavalleria che conquistava con un astuto opportunismo il cuore di suo marito per poterla corteggiare a suo comodo: sarebbe vissuta dividendosi prosaicamente fra quei due uomini, menando una triste vita di finzioni, di lotte, di rodimenti, di bassezze; tormentata dalla memoria de’ suoi anni di vita illibata e serena per guadagnarsi infine lo sprezzo e l’abbandono dell’uomo al quale faceva il sacrifizio della sua dignità. Tale fu la tetra visione che la sua anima onesta e candida intravide in un lampo di cruda luce e dalla quale rifuggì inorridita e salva. Era guarita, lasciando brani di sè al ferro e al fuoco; ma che importa? Era guarita.
***
Dovette mettersi in letto, affranta. La sua delicata fibra di donna fu la sola parte di lei sconfitta nella terribile prova. Ebbe una lunga e acuta crisi di nervi, poi nel meriggio seguente migliorò e volle alzarsi. Ma era ancora così debole che fu obbligata a lasciarsi andar subito sulla chaise-longue per appoggiare la testa indolenzita. Di là guardava intorno tranquillamente coi grand’occhi cerchiati di nero, occhi innocenti e mesti di bimba malata, come se rivedesse dopo un lungo e pericoloso viaggio quelle pareti del suo santuario d’affetti e di ricordi. Frattanto una gran pace, una dolce pace succedeva alla dilaniante agitazione di poche ore prima; una pace feconda di buoni propositi che si lasciavano dietro un profumo di fiori che sbocciano sotto un sole caldo e luminoso. E carezzava tutto intorno con lo sguardo quel nido tepido di raso e trine; accarezzava la poltroncina dove Alberto era solito sedersi, dove lo aveva veduto anche in quelle dodici ore di strazio, con la faccia pallida, senza respiro, senza movimento se non per accostarsele a farle odorar l’etere, o rinnovarle il ghiaccio, o darle qualche sorso di cognac, carezzando con la bella mano aristocratica quelle di lei brancicanti fra le coltri.... Vedeva il cofano scolpito, custode dei suoi gentili ricordi di infanzia e di adolescenza, dello spensierato tempo lontano che raggiava mitemente in una luce rosata e nebulosa, a cui ella volgeva l’occhio sempre intenerito. Aveva conservato un ricordo di tutto: dei giorni di palpiti, di speranze, d’angoscie, di lutto, di solitudine, di esultanza; poi le giornate gioiose piene di canti e di fiori della fidanzata, lieto poema terminato da un giorno di smarrimento che era passato lasciando nello stipo un fascio di fiori d’arancio e un lungo velo bianco. Poi venivano i mobili e le pareti ingombre di gingilli ognuno dei quali le rammentava un’attenzione delicata del suo compagno, una frase affettuosa, un bacio, un anniversario dolce, tutta la storia del presente ricco d’amore, d’amore vero, refrigerante e sicuro, ch’era idolatria e protezione ad un tempo. E là, dirimpetto, i grandi ritratti de’ suoi morti che la guardavano fiso, cogli occhi animati da una così strana luce di tenerezza e di malinconia che le fece mormorare cento volte: Perdono, perdono, perdono....
Infine si levò, risoluta, calma, seria, come se stesse per compiere un dovere od obbedisse ad una ispirazione superiore; e scrisse poche righe su un cartoncino liscio, con la sua elegante calligrafia di signora:
«Credete a me, Carlo, è meglio che non ci rivediamo mai più. Ho dei gusti borghesi, compatitemi! preferisco rimanere semplicemente una donna onesta che diventare la Diva di qualche leggenda. Addio. — Letizia.
Chiuse il cartoncino in una busta con l’indirizzo e la fece impostare subito dalla cameriera. Poi tornò a fissar gli occhi de’ suoi morti.
Quando si riscosse, il sole sul tramonto lambiva le trine del soave nido serico e una nota voce risuonava nell’anticamera. La contessa si avvicinò allo specchio e si ricompose i capelli.