I marinai andavano tutti proveduti di sartiame ch'io aveva anticipatamente intrecciato per ridurlo ad una sufficente grossezza. Arrivati i bastimenti, mi tolsi di nuovo i panni, e guadai, sinchè fui distante un centinaio di braccia dalla scialuppa, dopo di che fui costretto mettermi al nuoto per raggiungerla. I nocchieri allora mi gettarono l'estremità di una fune, che raccomandai ad un buco della punta esterna della stessa scialuppa, mentre l'altra estremità era legata ad una nave da guerra; ma tutte le mie fatiche fatte sin qui non mi giovavano trovandomi io già a tale altezza d'acqua in cui poteva aiutarmi ben poco l'opera delle mie braccia. In questo frangente fui costretto nuotare verso la parte posteriore della scialuppa e spignerla innanzi più spesso che mi fu possibile con una delle mie mani; favorendomi la marea, avanzai tanto verso la riva che, avendo il mento fuori dell'acqua, i miei piedi toccavano terra. Mi riposai due o tre minuti, poi diedi un'altra spinta alla scialuppa, poi un'altra ed un'altra, tanto che l'acqua mi veniva soltanto alle ascelle. Ora, essendo compiuta la parte più faticosa dell'opera mia, presi fuori le altre mie gomone che io aveva allogate entro uno di quei bastimenti, e le assicurai prima alla barca, poi a nove vascelli che mi circondavano. Favoriti dal vento, i marinai si diedero al rimorchio, e spinsi tanto che arrivammo entro una distanza di quaranta braccia dalla spiaggia; poi aspettato che la marea fosse data giù, mi portai con le mie gambe alla scialuppa, ove aiutato da duemila uomini ed a furia di corde e congegni, pervenni a farla tornare sul suo vero verso, e m'accorsi che era pochissimo danneggiata.
Risparmierò al leggitore il racconto delle difficoltà da me vinte per condurre, col ministero di certi remi che mi ci vollero dieci giorni per fabbricare, all'imperiale porto di Blefuscu, ove trovai un immenso popolo sbalordito, alla vista d'un vascello sì prodigiosamente sterminato. Dopo avere esposto all'imperatore come la felice mia stella m'avesse fatto capitare quella scialuppa, donde avrei potuto far ritorno al mio paese nativo, lo supplicai dare ordini alla sua gente affinchè mi fossero somministrati i materiali necessari per allestirla, ed a me la licenza di partire; le quali cose, non senza alcune cortesi querele, si degnò finalmente accordarmi.
Veramente in tutto questo tempo mi fece maraviglia il non aver udito far menzione d'alcun messaggio che mi concernesse, spedito dall'imperatore di Lilliput alla corte di Blefuscu. Ma vi fu in appresso chi privatamente mi fece sapere come l'imperiale maestà sua lilliputtiana s'immaginasse ch'io mi fossi unicamente portato a Blefuscu in adempimento della promessa fatta da me e della licenza datami dalla lodata sua maestà, cosa notissima alla nostra corte, onde niuno colà dubitava che terminate quivi le formalità di etichetta, io non fossi tornato fra pochi giorni a Lilliput. Ma finalmente cominciò ad angustiarsi su questa mia lunga assenza, e dopo essersi consultato col gran tesoriere e con tutti gli altri autori della cabala ordita a mio danno, spedì in Blefuscu un personaggio d'alto conto con la copia degli articoli del mio atto d'accusa. Le istruzioni di quest'inviato erano di far presente al monarca di Blefuscu la somma clemenza del suo signore che si contentava a non punirmi con maggior pena della perdita de' miei occhi; la mia ribalderia nell'essermi sottratto alla sua sovrana giustizia; l'intimazione che mi veniva fatta di restituirmi nel termine di due ore a Lilliput, sotto pena di essere privato del mio titolo di nardac e dichiarato traditore. Il messaggero aggiugneva in oltre, come per mantenere la pace e l'amicizia tra i due imperi il suo signore sperasse che l'imperiale di lui fratello di Blefuscu avrebbe dato ordini affinchè fossi rispedito con mani e piè legati a Lilliput per essere punito qual traditore.
L'imperatore di Blefuscu, dopo essersi presi tre giorni per consultare il suo ministero, diede una risposta che consistea tutta in complimenti e scuse: quanto cioè al rimandarmi con mani e piedi legati, ben conoscere il suo imperiale fratello che la cosa era impossibile; in oltre avermi egli di grandi obbligazioni, perchè, se bene gli avessi portata via la sua flotta, gl'importantissimi servigi da me resigli nella negoziazione della pace erano innegabili; darsi per altro tale opportunità per cui entrambi i sovrani si sarebbero facilmente sbarazzati di me, giacchè io avea trovato su la spiaggia un prodigioso vascello atto a trasportarmi sul mare, e pel cui allestimento, da eseguirsi sotto la mia assistenza e direzione, avea già dati gli ordini necessari; sperar egli pertanto che fra poche settimane entrambi gli imperi sarebbero liberi di un peso tanto gravoso.
Con tale risposta il messaggero se ne tornò a Lilliput. Queste particolarità io seppi dalla bocca stessa del monarca di Blefuscu, che mi offerse ad un tempo (ma in istrettissima confidenza) la graziosa sua protezione, se avessi voluto fermarmi al suo servigio, ma benchè lo credessi sincero nelle sue esibizioni, dopo quanto m'era avvenuto a Lilliput, feci voto di non fidarmi più mai nè di principi nè di ministri ogni qual volta avessi potuto farne di meno, laonde, con tutti per altro i debiti ringraziamenti, lo supplicai umilmente a dispensarmi dall'accettare. — «Giacchè, dissi, la fortuna, non so se io deva chiamarla buona o cattiva, mi ha fatto, può dirsi, piovere un bastimento dal cielo, son risoluto di avventurarmi un'altra volta all'oceano, anzichè divenire un'occasione di discordie fra due sì grandi monarchi». Nè m'accorsi, per dir vero, che gli desse il menomo dispiacere tal mio rifiuto; anzi un certo incidente mi trasse a scoprire com'egli, non meno della maggior parte de' suoi ministri, fossero contentissimi della risoluzione ch'io aveva presa.
Queste considerazioni mi determinarono ad affrettare la mia partenza qualche tempo prima di quello ch'io avea divisato, in che trovai compiacentissima la corte che non vedea l'ora d'avermi fuori de' piedi. Cinquecento operai vennero adoperati per far due vele al mio palischermo col cucire insieme e trapuntare, già s'intende sotto la mia direzione, tredici pezze delle loro più resistenti tele di lino. Non mi costò pochi fastidii il fabbricarmi sartiami e gomone coll'intrecciare insieme i dieci, i venti, i trenta dei loro spaghi. Dopo lunghe ricerche mi capitò su la spiaggia un grosso sasso, che mi prestò ufizio d'áncora. Mi fu dato il grasso di trecento manzi per valermene a spalmare il mio bastimento e per altri usi. Nuovo incredibile fastidio mi derivò dall'abbattere alcuni dei più grossi alberi da costruzione per farne remi e l'albero di maestra, in che mi furono di grande aiuto i carpentieri dell'imperiale navilio col dar l'ultima mano, piallandoli, ai lavori grezzi che venivano tutti compiuti da me.
Allorchè, passato a un dipresso un mese, tutto fu all'ordine, mandai per ricevere gli ordini di sua maestà e congedarmi. L'imperatore e l'imperiale famiglia uscirono del palazzo; mi posi con la faccia a terra per baciar la mano al monarca, che me la porse con indicibile affabilità; così fecero l'imperatrice ed i principi del sangue. Sua maestà mi regalò cinquanta borse, che conteneano ciascuna dugento sprug, oltre al suo ritratto in piedi che mi posi subito in uno de' miei guanti per conservarlo immune d'ogni guasto. I cerimoniali precedenti alla mia partenza furono tanti che infastidirei il leggitore col volerglieli raccontare.