Vettovagliai il mio palischermo con un centinaio di buoi e trecento pecore salate, e pane e vino in proporzione, ed altrettante pietanze fredde apparecchiate con quanta prestezza il poteano quattrocento cuochi. Presi con me sei vacche e due buoi vivi ed altrettanti montoni e pecore col disegno di portarli nel mio paese e propagarne le razze; che per nudrirli a bordo portai nel bastimento un buon fascio di fieno ed un sacco d'avena. Avrei preso volentieri con me una dozzina di quei nativi; ma fu questa la cosa che l'imperatore non mi volle assolutamente permettere; ed anzi, oltre al farmi frugare diligentemente tutte le tasche, mi obbligò a dargli parola d'onore di non portar via alcuno de' suoi sudditi, nemmeno quand'essi acconsentissero o lo desiderassero.

Disposte così tutte le cose alla meglio che potei, diedi le vele nel dì 24 settembre 1701, alle sei del mattino. Dopo aver fatto circa quattro leghe verso tramontana, scoprii, voltatosi il vento a scirocco, alle sei della sera un'isoletta che mi stava ad una distanza di mezzo miglio a greco. Spintomi innanzi, gettai l'áncora sul lato opposto al vento dell'isola stessa, che sembrommi disabitata. Preso qualche ristoro, pensai a riposarmi; e dormii bene per quasi sei ore, così almeno congetturai, perchè spuntò l'alba due ore dopo che mi fui desto. Essendo chiara la notte, feci colezione due ore prima che spuntasse il sole; poi, levata l'áncora, governai su la stessa dirittura del giorno innanzi, regolandomi colla mia bussola.

Io divisava raggiungere, se mi riusciva, una di quelle isole che avevo ragione di credere giacenti a greco della terra di Van-Diemen; ma non giunsi a scoprir nulla in tutta quella giornata. Solo nella successiva, alle tre passato il mezzogiorno, dopo essermi scostato, giusta i miei computi, ventiquattro leghe da Blefuscu, scopersi una vela che movea verso scirocco; la mia corsa era diretta a levante. La salutai, ma non potei averne risposta; nondimeno m'accorsi di avvantaggiare di cammino sovr'essa, perchè il vento si rallentava.

Feci forza di vele quanto potei, nè passò mezz'ora che l'altro bastimento, avvedutosi di me, spiegò la bandiera di soccorso, e tirò il cannone. Non è cosa facile l'esprimere la gioia che mi comprese al brillarmi sì inaspettata la speranza di rivedere anche una volta la dolce mia patria e i diletti pegni ch'io vi aveva lasciati. Il bastimento rallentò le sue vele, ond'io lo raggiunsi tra le cinque e le sei della sera del 26 settembre. Oh! come mi balzò il cuore di nuova inaudita allegrezza al vedere i colori della mia cara Inghilterra!

Postomi tosto nelle tasche del mio giustacuore le mie vacche, entrai a bordo dell'amico bastimento con tutto il piccolo carico delle provisioni ch'io m'era portate con me. Era questo in cui mi scontrai un vascello mercantile che tornava dal Giappone pei mari boreale ed australe, comandato dal capitano Giovanni Biddel di Deptford, uomo assai cortese ed intelligentissimo navigatore. Eravamo allora ai trenta gradi di latitudine meridionale. Si trovavano nel bastimento cinquanta uomini, e fra questi certo Pietro Williams, mio vecchio collega, che diede ottime contezze di me al capitano. Questo signore, dopo usatemi le maggiori gentilezze, mi pregò dirgli da qual paese io venissi allora e per dove fossi avviato. Appagai la sua curiosità in poche parole, ma egli s'immaginò tosto ch'io delirassi, e che i sofferti pericoli m'avesser fatto dar volta al cervello. Io allora, trattomi di tasca il mio armento e le mie vacche, lo feci rimanere sbalordito non si può dir quanto e convinto ad un tempo della mia veracità. Gli mostrai indi le monete d'oro a me donate da sua maestà imperiale di Blefuscu, il ritratto in piedi di quel monarca e diverse altre rarità del paese donde io veniva. Presentatolo poscia di due borse di dugento sprug ciascheduna, gli promisi regalargli, quando saremmo giunti in Inghilterra, una vacca ed una pecora, entrambe pregne.

Non incomoderò il leggitore col narrargli le minute circostanze di questo viaggio, che fu nella sua totalità assai fortunato. Arrivammo alle Dune ai 13 aprile del 1702, senza che mi fosse occorsa alcuna disgrazia, tranne una sola, e fu che i sorci a bordo del vascello mi portarono via una delle mie pecore; ne trovai in un buco le ossa monde affatto dalla loro carne. Condotto il resto del mio armento sano e salvo alla spiaggia, lo misi a pascolare in un praticello di Greenwich preparato per giocarvi alle bocchie; la squisitezza di quell'erba fece che la gustasse assai contro a quanto, per dir vero, io m'aspettai sulle prime. Certo non avrei potuto in un sì lungo viaggio mantenere nè quelle vacche nè quelle pecore, se il generoso capitano non m'avesse somministrato alcun poco del suo migliore biscotto, che ridotto in polve e mescolato con l'acqua, era il costante loro cibo. Nel breve tempo che continuai a rimanere nell'Inghilterra feci notabili guadagni col mostrare la mia mandra a molti ragguardevoli personaggi ed ai tanti curiosi di vederla; poi, prima che intraprendessi il mio secondo viaggio, la vendei per seicento sterlini. Dopo il mio ritorno ne trovai la razza considerabilmente aumentata, massime le pecore; cosa che porterà, spero, un grand'utile alle nostre manifatture di panni per la rara finezza delle lane di queste bestiuole.