Dietro le informazioni ch'io gli avea date su i nostri tribunali di giustizia, volle che lo chiarissi su diversi punti; ed io era in ciò tanto più in grado di appagarlo per essere stato una volta rovinato dalle spese di una lite che fu decisa in mio favore. Mi domandò quanto tempo solitamente ci volesse per determinare da che parte stesse il torto o la ragione, e a quanto sommasse la spesa di una tale disamina? Se gli avvocati ed oratori avessero la facoltà di perorare cause manifestamente ingiuste, angarianti ed oppressive? Se si scorgesse che la setta religiosa o politica professata da un individuo fosse di qualche peso nella bilancia della giustizia? Se quegli avvocati fossero istrutti nelle generali nozioni dell'equità, o in quelle meramente degli usi provinciali, nazionali e locali? Se essi, o i giudici, avessero parte nel dettare quelle leggi, e si prendessero poi in appresso la libertà d'interpretarle o comentarle come tornava loro più comodo? Se fosse mai accaduto che in tempi diversi avessero aringato pro e contra la medesima causa e citate le opinioni precedenti per provarne delle affatto contrarie? Se fossero una ricca od una povera corporazione? Mi chiese soprattutto se si dava mai che un di loro fosse ammesso membro della camera bassa?

Venuto indi a parlare dell'amministrazione del nostro tesoro, disse che credea caduta in un grosso abbaglio la mia memoria per aver io calcolate le nostre tasse a cinque o sei milioni ad un dipresso per anno; poi quando fui a dargli conto delle spese, osservò che queste eccedeano talvolta il doppio dell'entrata, perchè su questo particolare io non aveva omesso di notar nulla, sperando, egli mi dicea, che le nozioni su la nostra economia gli fossero grandemente utili, e premendogli quindi di non isbagliarsi ne' suoi calcoli. Se per altro quanto io gli avea detto era vero, non sapea capacitarsi che un regno potesse spendere al di là della sua entrata, come può accadere ad uno spensierato privato. Mi chiese chi fossero i nostri creditori, e dove trovassimo il danaro per rimborsarli. Gli facea stupore quanto gli raccontai su le nostre dispendiosissime guerre. Bisognava dire, secondo lui, o che fossimo una gran popolazione di accattabrighe o che avessimo di gran cattivi vicini; ai suoi conti i nostri generali dovevano essere più ricchi dei nostri re. Volle sapere che negozi ci chiamassero fuori della nostra isola oltre al traffico e al bisogno di difendere le coste colle nostre flotte? Non si sapea poi dar pace all'udire che, essendo noi un popolo libero, abbiamo un esercito mercenario stabile in tempo di pace. «Se avete, mi diceva, un governo di vostro consenso nelle persone de' vostri rappresentanti, di che cosa avete paura, o contra chi volete combattere? Ditemi un poco se un privato si creda meglio difeso da sè, dai suoi figli e dalla sua famiglia, o da una mezza dozzina di cialtroni, presi su alla ventura sopra le strade per poco salario, ed i quali guadagnerebbero mille volte di più tagliandogli le canne della gola?»

Rise su la mia aritmetica veramente originale, egli si degnò chiamarla così, perchè nel calcolare la nostra popolazione io teneva un conto a parte delle diverse sette religiose e politiche. «Io non vedo, soggiugneva, un motivo perchè chi ha opinioni contrarie a quanto si crede pubblico interesse, debba essere obbligato a cangiarle o non piuttosto a tenerle nascoste. Il volere la prima cosa sarebbe una tirannia in qualunque governo, ma il non pretendere la seconda è debolezza, perchè si può ben permettere ad un uomo l'aver veleni nel cassetto del suo armadio, ma non il venderli attorno come cordiali».

Notò che fra i divertimenti de' nostri nobili io avea commemorato il giuoco; onde mi chiese a quale età d'ordinario cominciasse questa inclinazione, a quale venisse dismessa; quanto tempo della giornata ci fosse impiegato; se mai questa passione diveniva forte al segno d'intaccare le loro sostanze, se non potesse succedere che la viziosa plebaglia arrivasse con le male arti della baratteria a salire in grande ricchezza, qualche volta a tenere sotto la sua dipendenza i veri nobili, ad abituarli alle triste compagnie, a corrompere que' principii d'onore che pur fossero nelle loro menti, e a poco a poco a furia di perdite, costrignerli ad imparare il mestiere infame che gli ha rovinati, ed a praticarlo a propria volta su d'altri.

Il suo stupore non ebbe confine dopo il racconto storico ch'io gli feci dei nostri affari durante il secolo scorso (il decimosettimo); egli giurava di non vederci altro che un ammasso di congiure, ribellioni, assassinii, stragi, rivoluzioni, bandi, tutto il peggio che possono fare l'avarizia, il monipolio, l'ipocrisia, la perfidia, la crudeltà, la ferocia, la demenza, l'astio, l'invidia, la libidine, la malizia e l'ambizione.