In una successiva udienza, sua maestà non senza qualche fatica riepilogò tutte le cose ch'io gli avea narrate, ed istituì un confronto tra le interrogazioni fattemi e le mie risposte; indi presomi fra le mani e dopo avermi gentilmente accarezzato, venne fuori con questa conclusione che non dimenticherò mai, come non dimenticherò mai l'accento col quale fu pronunziata:

«Mio piccolo amico Grildrig, voi avete fatto un ammirabile panegirico del vostro paese; voi avete provato all'evidenza che l'ignoranza, l'ozio ed il vizio sono i requisiti i più acconci a qualificare un legislatore; che gli uomini più atti a dilucidare, interpretare ed applicare le leggi sono quegli stessi, la cui abilità, il cui interesse consistono nel pervertirle, confonderle e deluderle. Vedo tra voi alcune linee di una istituzione che in origine può essere stata tollerabile, ma quelle linee sono per metà cancellate, il restante affatto imbrattato, deturpato dalla corruttela. Non si vede da tutto quanto avete detto che ci voglia la menoma sorta di onorevole qualità per meritarsi fra voi altri una posizione distinta, molto meno che gli uomini sieno nobilitati dalla virtù; non che i vostri ecclesiastici avanzino nelle dignità per merito della loro pietà o dottrina; non gli uomini di guerra per quello del loro valore o della loro buona condotta; non i giudici per la loro integrità, non i membri del parlamento per amore che portino alla loro patria, non i consiglieri per la loro saggezza. Circa a voi, continuò il re, che avete impiegata la maggior parte della vostra vita viaggiando, inclino a sperare che possiate avere evitati sin qui i vizi del vostro paese. Ma da quanto ho raccolto dalla vostra informazione e dalle risposte che a grande stento vi ho strappate di bocca, son costretto dedurre una gran trista conclusione; ed è che i vostri nativi, presi un per l'altro, sono il più pernicioso branco di tutti gl'insetti cui la natura ha dato licenza di strisciarsi sopra la terra».

CAPITOLO VII.

Amor di patria dell'autore. — Proposta vantaggiosissima da lui fatta al re e da questo rifiutata. — Grande ignoranza del re in cose di politica. — Dottrine di questo paese assai imperfette e limitate. — Leggi, affari militari, fazioni.

L'amore in me estremo della verità mi ha sol rattenuto dal palliare quella parte di mia storia che si legge nel precedente capitolo. Era inutile dal canto mio il manifestare un risentimento; sarebbe stato messo in canzone; onde mi convenne starmene quieto e rassegnato all'udire sì mal menato e trattato oltraggiosamente il mio diletto paese. Io fui realmente accorato, come debb'esserlo stato ciascuno de' miei leggitori, al vedermi nella necessità di entrare in simili propositi. Ma tanta fu la curiosità manifestatami dal principe, tanta la sua insistenza, che non si conciliava più nè co' riguardi della gratitudine nè con quelli della buon creanza il non appagare, fin dove per me si potea, le sue voglie. Devo per altro dire a mia giustificazione che mi sottrassi con arte, per quanto mi riuscì fattibile, a molte delle sue interrogazioni, e che diedi a ciascuna cosa un aspetto favorevole fin dove gli stretti limiti del vero me lo permisero. Perchè ho sempre sentita per la mia madre patria quella parzialità che Dionigi d'Alicarnasso raccomanda sì giustamente ad uno storico, e per cui vorrei sempre nascondere le fragilità e sconvenevolezze della medesima, e presentarne le bellezze e le virtù sotto il miglior punto di vista. E tal massima mi studiai sinceramente di serbare in tutte le informazioni che dovei dare a quel monarca, benchè sfortunatamente i miei sforzi andassero vuoti d'effetto.

Ma vuolsi usare di molta indulgenza ad un re, il quale vivendo affatto segregato dal rimanente del mondo, dee per conseguenza essere ignaro delle maniere e costumanze che prevalgono presso l'altre nazioni; mancanza di lumi che dee necessariamente produrre e grandi preoccupazioni mentali e quella strettezza d'idee da cui andiamo esenti noi e le più colte contrade europee. E da vero, sarebbe un gran guaio se le nozioni che ha della virtù e del vizio un monarca così remoto da ogni consorzio del mondo, dovessero servire di regola a tutto il genere umano.

Per confermare la verità di tal mia asserzione e dare a conoscere i miserabili effetti di un'educazione tanto segregata, citerò qui un fatto che stenterà ad esser creduto. Colla speranza di avanzare sempre di più nella buona grazia di sua maestà, gli parlai di una scoperta fattasi da noi, saranno omai corsi tre o quattro secoli, quella di fabbricare una certa polvere, un ammasso della quale, fosse enorme quanto una montagna, salta in aria in un attimo, sol che una piccolissima favilla cada sopra un menomo pugnello di esso, e genera tale frastuono e scuotimento che arriva a superare quello della folgore. Gli dissi come una data quantità di questa polvere, calcata entro un tubo di bronzo o di ferro, valesse, a proporzione della grossezza del tubo stesso, a mandar fuori una palla di ferro o di piombo con tanta violenza e velocità che nulla era capace di resistere al suo impeto; come le più grosse palle scaricatene fuori in tale guisa valessero non solamente a distruggere in una volta intere file d'eserciti, ma ad atterrare i più possenti baloardi delle fortezze, a sommergere in fondo al mare molte navi, ciascuna delle quali contenesse un migliaio d'uomini; come queste palle incatenate fra loro squarciassero alberi di navigli e sartiami, spazzassero uomini a centinaia, portassero strage e devastazione d'intorno a loro. Gli spiegai come spesse volte questa polvere venisse racchiusa entro grosse palle che altra polvere infocata spigneva fuori da immensi mortai perchè andassero a percuotere città assediate, ove sconnettevano lastrichi, rovinavano case e, scoppiando finalmente anch'esse, mandavano per tutti i versi fatali schegge che fracassavano le cervella di chiunque s'abbattea nella loro direzione.