Gli dissi come io conoscessi ottimamente gl'ingredienti di cui si compone tal polvere, che erano assai comuni ed a buon mercato. Mi offersi anzi a fargliene io stesso ed a dirigere i suoi artefici nel fabbricar tubi proporzionati in ampiezza a tutte l'altre cose esistenti nel suo reame (non dovevano essere più lunghi di cento piedi); gli diedi a comprendere come una ventina di questi tubi caricati con la debita proporzione di palle e di polvere sarebbe bastata ad atterrare in poche ore le mura delle più gagliarde città de' suoi dominii, e fin della sua metropoli, ove questa avesse osato d'alzare lo stendardo della ribellione. Tutte queste cose spiegai ed offersi a sua maestà qual tenue omaggio della mia riconoscenza pe' tanti favori e contrassegni di protezione ch'egli avea versati su me.

Indovinate mo! Rimase inorridito ed attonito alla mia descrizione ed alle mie offerte. «Non mi par nemmen vero, che un abbietto verme della terra par vostro (furono proprio questi i titoli che mi compartì) abbia ardito tenermi sì atroci propositi, e con questa bella disinvoltura, per cui si sarebbe detto che non vi commovessero nè poco nè assai le calamità da voi dipinte siccome effetti delle vostre macchine; del certo non può esserne stato il primo inventore altro che un genio cattivo, inimico del genere umano. Quanto a me, egli continuò, benchè tenerissimo delle nuove scoperte, sia nell'arti, sia nelle scienze della natura, vorrei piuttosto perdere la metà del mio regno che essere ammesso al segreto delle invenzioni da voi tanto esaltate, anzi, se vi preme la vostra vita, v'intimo di non mi fare più mai di questi discorsi.»

Vedete a che conducono un'educazione pregiudicata ed una corta vista! Un principe, fornito del resto di quante prerogative procurano venerazione, stima ed amore, cui non mancavano nè grande saggezza nè profondo ingegno, quasi adorato da' suoi sudditi, per uno scrupolo da nulla, di cui in Europa non sappiamo nemmeno formarci un'idea, si lasciò sfuggir di mano l'opportunità di divenire padrone dispotico delle vite, de' privilegi e di tutte le sostanze del suo popolo! Nè dico ciò con intenzione di menomare i tanti pregi di quell'eccellente sovrano, la cui riputazione per altro, da questo lato, apparirà assai scemata agli occhi d'inglesi leggitori; vedo come un tal neo alla sua gloria sia da attribuirsi alla scarsezza delle cognizioni cui sono pervenuti i suoi dominii, al non esservi stato finora chi innalzi la politica al grado di scienza, come dai più acuti ingegni di Europa si è fatto. A questo proposito mi ricordo benissimo le meraviglie che un dì fece il re quando l'incidente di un certo discorso mi portò a dirgli che avevamo parecchie migliaia di volumi pubblicati su l'arte del governare. Ciò gli diede, e da vero io mi prefiggeva un effetto del tutto contrario, una tristissima idea del nostro intendimento. Mi protestò che odiava ed anzi tenea nel massimo dispregio ogni sorta di misteri, di mezzi termini, di sottigliezze, sia nel principe, sia ne' ministri. Non sapeva indovinare che cosa io m'intendessi per segreto di stato, ove non si avesse che fare con nazioni in guerra con noi, o interessate ai nostri danni. La scienza del governare, secondo lui, si riduceva a ben poche cose; ed erano senso comune e ragione, giustizia e moderazione, sollecitudine nello spedire le cause tanto civili quanto criminali, oltre ad alcune altre varie massime che non vagliono la pena di essere ricordate. Guardate che trivialità arrivava a dire! «Chiunque in un pezzo di terra de' miei dominii arrivasse a far crescere due spiche di grano o due fili d'erba ove nasceva una sola spica o un sol filo d'erba, varrebbe più ai miei occhi di tutta la razza dei politici dell'universo messi insieme.»

L'istruzione di questi popoli è difettosa oltre ogni dire; consiste unicamente nella morale, nella storia, nella poesia, e nelle matematiche, in cui bisogna confessare la loro preminenza. Ma queste ultime scienze vengono unicamente applicate al miglioramento dell'agricoltura ed alle arti meccaniche, di modo che fra noi non se ne farebbe gran conto[23]. Circa poi all'idealismo, alla scienza degli enti, alle astrazioni metafisiche, al trascendentalismo, non sapreste come farne entrare il menomo concetto in quelle teste.

Fra tutte le leggi di quel paese non ve n'è una le cui parole oltrepassino in numero le lettere del loro alfabeto, che sono soltanto ventidue, ma son poche da vero le leggi che arrivino nemmeno a questa prolissità. Le vedete esposte in termini semplicissimi e piani tanto che quegli abitanti non sono abbastanza arguti per sapere trovare loro più d'una interpretazione, anzi lo scrivere un comento su quelle leggi è un capitale delitto. Quanto alle decisioni delle cause civili, o ai processi criminali, i lor protocolli sono sì poco carichi che i giudici non hanno gran che da gloriarsi della propria abilità nel conchiudere le prime o i secondi.

Que' popoli possedono da tempo immemorabile, come i Chinesi, l'arte della stampa, ma non sono molto ampie le loro biblioteche; quella del re, che si ha per la più vasta, non ha oltre a mille volumi collocati in una stanza lunga mille dugento piedi, da cui io avea la libertà di levare quanti libri desiderassi. L'ebanista della regina avea congegnato nelle stanze della Glumdalclitch un certo arnese di legno alto venticinque piedi, formato a guisa d'una duplice scala di gradini, larghi ciascuno cinquanta piedi, i cui due rami congiunti ad angolo si aprivano, per fermarla sul terreno, ad una distanza di dieci piedi della parete.