Ed a comprovarmi sempre più che il suo sospetto non mancava di fondamento, mi enumerò tutte le particolarità che lo avevano avvalorato, vale a dire i discorsi stravaganti da me tenuti prima co' marinai, poscia con lui medesimo intorno alla mia cassa ed alle suppellettili che vi si contenevano, la mia guardatura stralunata e la totalità del mio contegno durante la cena.
Lo pregai armarsi di pazienza tanto d'udir la mia storia che gli raccontai fedelmente cominciando dal punto in cui mi partii dall'Inghilterra e venendo a quello del nostro presente scontro. E poichè la verità si apre per forza la strada nelle menti degli uomini ragionevoli, quel degno galantuomo, che, oltre ad un rettissimo discernimento, aveva ancora qualche tintura di dottrina, rimase immediatamente convinto dal candore e dalla veracità che spiravano da' miei detti. Ciò non ostante, per autenticarli viemeglio col fatto lo pregai ordinare che fosse portato lì il mio armadio di cui io aveva in tasca la chiave; del resto delle suppellettili m'avea già detto egli stesso qual uso avessero fatto i suoi marinai. Apertolo in sua presenza, gli mostrai la raccoltina di rarità da me unite nel paese donde così prodigiosamente potei liberarmi. Quivi era il famoso pettine che avea per denti i peli della barba del re, ed un altro della stessa dentatura, ma ricurvo per tenere imprigionati i capelli affinchè non mi cadessero su le spalle, e fabbricato col ritaglio dell'unghia del dito grosso d'un piede dello stesso re. Vi si trovava parimente una raccolta di spilli e d'aghi di tutte le lunghezze tra un piede ed un mezzo braccio, quattro pungoli di vespa che parevano altrettanti agutelli di un ebanista; vi erano pure alcuni altri pettini armati di punte di capelli della regina, ed un anello d'oro che questa si tolse un dì dal suo dito mignolo, e fattaci passar entro la mia testa, volle che in quel prezioso collarino io serbassi una memoria del suo regale favore.
Io pregava anzi il capitano ad accettarlo qual contrassegno di riconoscenza alle bontà da lui usatemi; ma egli assolutamente lo ricusò. Gli mostrai anche un callo ch'io avea tagliato di mia propria mano dal piede di un damigella d'onore; era grosso come una mela appia, e venuto a tal durezza che, di ritorno in Inghilterra, lo scavai riducendolo in forma di calice da me incastrato in appresso in un piede d'argento. Per ultimo gli feci osservare le brache ch'io calzava allora, e che erano venute fuori dalla pelle di un sorcio.
Non mi riuscì indurlo a ricevere altro dono fuor quello del dente d'un regio staffiere, su cui gli vidi fermare l'occhio con maggiore curiosità, e di cui credei vederlo singolarmente invaghito. I ringraziamenti che mi fece nell'accettarlo, eccedeano da vero il merito di simile bagattella. Era un dente strappato in fallo da un chirurgo mal pratico allo stesso staffiere, servo addetto al servigio della Glumdalclitch, il quale si dolea del male di denti. Il dente strappato in vece era sanissimo, e fu da me accuratamente rimondato, lavato e riposto nel mio armadio; la sua lunghezza era d'un piede, il diametro di quattro dita.
Soddisfattissimo il capitano dell'ingenuità della relazione ch'io gli feci, mi disse:
— «Spero bene che, tornato al vostro paese, vorrete farvi un merito verso il genere umano col metterla in iscritto e pubblicarla.