— «Signore, gli risposi, il mondo è proveduto sì a sazietà di tali storie di viaggi, che nulla di questo genere omai viene ammesso se non è d'una novità straordinaria; e credo bene stia in ciò il motivo per cui certi autori consultano meno ne' loro racconti la verità che l'interesse proprio o la propria vanità, o anche il bisogno di dare spasso a qualche leggitore ignorante. Or vedete che la mia storia non contiene se non comunissimi avvenimenti, ed è priva in oltre dell'adornamento che potrebbero darle le descrizioni di piante, alberi, uccelli ed altri animali esotici, o vero delle barbare costumanze e dell'idolatria dei selvaggi, mercanzia di cui ringorgano i fondachi di tutti gli scrittori di tal sorta d'opere. Nondimeno vi ringrazio della buona opinione che avete di me, e vi prometto che non tralascerò di meditare la gentile vostra proposta.

— «Voglio dirvi, soggiunse il capitano, una cosa che mi fa meraviglia, ed è l'udirvi parlar sì forte. Il re e la regina del paese donde venite erano forse duri d'orecchio?

— «Eh! signor no; ma devo soggiugnervi che dopo le abitudini da me contratte in due e più anni di tempo, è altrettanta quanto la vostra la mia meraviglia nell'udir voi e la vostra gente parlare affatto sotto voce, e darmi non poca fatica a capir quel che dite. Dipignetevi bene la mia posizione quando io entrava in dialoghi nel paese che ho abbandonato. Io era col mio interlocutore nello stato di chi, da star su la strada, parlasse ad uno che si fosse posto su d'un campanile, semprechè non fossi stato messo sopra una tavola o tenuto in mano dall'interlocutore medesimo. E questa meraviglia che riguarda l'udito, l'ho anche provata rispetto alla vista; quando la prima volta son venuto a bordo del vostro bastimento, voi e la vostra gente mi parevate... mi vergogno a dirlo quel che mi parevate... meno assai che pigmei! E sappiate bene che, quando ero alla corte di Brobdingnag, io non avea più il coraggio di guardarmi nemmeno nello specchio, tanto ero divenuto uno spregevole insetto a' miei occhi a furia di confrontarmi con quegli sterminati miei ospiti.

— «Ah! è per questo che, cenando meco, non solamente guardavate tutto con occhio di stupore, ma vi trattenevate a stento dal ridere, il qual contegno, ve lo confesso, io attribuiva a qualche sconcerto accaduto nel vostro cervello.

— «Era giustissima la vostra congettura; anzi non so da vero come io abbia fatto a non dare in uno scoppio di risa al vedere que' vostri tondi non più larghi d'una monetina d'argento da tre soldi, un piede di porco grosso come una briciola, bicchieri che pareano gusci di nocciuola (con questa proporzione proseguii descrivendogli tutti i suoi vasellami e stoviglie). È ben vero, continuai, che la regina aveva ordinata una fornitura di tutte le cose necessarie al mio uso, ma le mie idee si modellavano su tutto il rimanente degli oggetti che mi stavano intorno, e dissimulavo a me stesso la mia picciolezza come altri dissimulano a sè stessi i propri difetti».

Il capitano comprese ottimamente la forza del mio scherzo, e mi rispose con uguale giocondità.

— «Credo per altro che i vostr'occhi sieno più grandi della vostra pancia, perchè, per essere stato digiuno un'intera giornata, non ho veduto in voi un proporzionato appetito. Oh! da vero (disse continuando nella vena del buon umore) avrei pagato volentieri cento sterlini per vedere la vostra casa nel becco di quell'uccellaccio, poi la vostra caduta da tanta altezza nel mare, spettacolo al certo sorprendentissimo e meritevole che il programma ne venga trasmesso a tutti i secoli avvenire».

La comparazione di Fetonte era sì ovvia che non seppe stare dall'incastrarla nelle sue arguzie, ma per parte mia non fui buono d'ammirar molto questo concetto.

Il capitano, che veniva da Tonchino, s'accigneva al suo ritorno per l'Inghilterra dirigendosi a greco (nord-est), trovandosi allora ad una latitudine di 44, ad una longitudine di 143. Ma scontratici in un vento di commercio[25], due giorni dopo che m'ebbe a bordo, veleggiammo per lungo tempo ad ostro, e costeggiando la Nuova Olanda, governammo a ponente libeccio (west-sud-west) finchè ci fummo lasciato sottovento il Capo di Buona Speranza. Felicissimo fu il nostro viaggio, ma non noierò il leggitore coll'offerirgliene il giornale. Il capitano si fermò ad uno o due porti, mandando il suo scappavia a far provista d'acqua dolce. Io nondimeno non uscii mai del bastimento finchè non fummo giunti alle Dune, il che accadde al 3 giugno 1706, nove mesi circa dopo la mia liberazione da Brobdingnag. Io volea lasciare le mie suppellettili per guarentire il pagamento del mio nolo; ma il buon capitano non ne volle di sorta alcuna. Licenziatici affettuosamente l'uno dall'altro, mi feci promettere dal mio liberatore che sarebbe venuto a trovarmi in mia casa a Redrift, poi presi a nolo un cavallo ed una guida per cinque scellini che il capitano medesimo mi prestò.