Postomi appena in cammino, le case, gli alberi, il bestiame mi pareano sì piccoli che cominciai a credere di essere un'altra volta a Lilliput. Avevo paura di andare addosso co' piedi a quanti viandanti io incontrava; anzi, gridando che si facessero da una banda per non essere schiacciati, rischiai una o due volte di farmi rompere la testa per la mia impertinenza.
Arrivato a casa mia, che dovetti farmi insegnare, e venuto un servitore ad aprirmi, mi sbassai, come fa un'oca entrando dal portello del pollaio, per paura di batter la testa al volto superiore. Corsami incontro mia moglie per abbracciarmi, mi chinai al di sotto delle sue ginocchia pensando che altrimenti ella non sarebbe arrivata alla mia faccia. Mia figlia s'inginocchiò per domandarmi la paterna benedizione, ma io non la vidi finchè non si fu alzata, tanto io m'era avvezzato a guardare sessanta piedi al di sopra di me; poi per istrignermela fra le braccia andai a prenderla per la cintura.
Io guardava d'in su in giù i miei servitori ed uno o due amici che si trovavano lì, come s'io fossi stato un gigante, eglino pigmei. Diedi torto a mia moglie della sua soverchia economia, perchè ella e sua figlia, resesi quasi invisibili, si erano lasciate languir di fame senza un perchè. In somma, io diceva e faceva cose sì strambe che la pensarono tutti come il capitano al primo vedermi. Vi dico queste particolarità per portarvi un esempio della forza dell'abitudine e de' pregiudizi che ne derivano.
Non passò gran tempo che la mia famiglia ed io cominciammo ad intenderci scambievolmente, ma mia moglie protestò che non m'avrebbe più mai lasciato correre il mare, benchè la mia mala sorte avesse predisposto che nemmen mia moglie potesse impedirmelo, come il leggitore vedrà fra poco. Intanto io do qui termine alla seconda parte degli sfortunati miei viaggi.