Strisciato che mi ebbi perfino alla distanza di quattro verghe dal Trono, mi dirizzai ginocchione; e dopo d’aver battuta per sette volte colla mia fronte la terra, pronunziai le parole seguenti, tali che io aveale apprese la notte innanzi: Ickpling Glofftrobb squutserumm blhiop Mlashnalt, zvvin, tnodbalkguffh slhiophad Gurdlubb Asth. Questi si è il complimento prescritto dalle Leggi a tutti que’an l’onore di salutare il Re. Potrebbesi renderlo con questi termini Franzesi: Puisse Votre Majeste Celeste vivre plus long-temt que le Soleil, onze Lunes & demie; cioè: Possa Vostra Celeste Maestà sopravvivere al Sole per undici Lune e mezzo. Mi fece il Re una brieve risposta; alla quale, tutto che non ne comprendessi il senso, co’seguenti termini fattimisi imparar a memoria, io replicai: Flust drin Yalerick Dvvuldom prastrad mirpush; il che vuol dire: La mia lingua è nella bocca del mio Amico: e con ciò significar volli che io desiderava che il mio Interprete fosse introdotto. Se pe compiacque il Re; e pel mezzo di quest’Interprete, soddisfeci alle quistioni statemi proposte per lo spazio d’una buon’ora da Sua Maestà. Io parlava la favella di Balnibarbi, e il mio Interprete rendeva i miei discorsi in quella di Luggnagg. Non fu mediocre il piacere del Principe in questa spezie di conversazione; ed egli ordinò al suo Bliffmarklub, o gran Ciamberlano, d’aver cura che l’Interprete ed io fossimo alloggiati in Corte, e non mancassimo di cosa veruna.

Fu di tre mesi il mio soggiorno in quel Paese; e ciò per compiacenza pel Re, il qual mostrava di desiderare che mi fermassi per lungo tempo, e che mi fece le più onorevoli esibizioni per ritenermi. Ma io credei che fosse più conforme alle regole della prudenza e della giustizia, il passare il rimanente de’miei giorni con la mia moglie, e co’miei Figliuoli.

CAPITOLO X.[a/]

Elogio de Luggnaggiani. Particolar descrizione degli Strulbdruggs, con molte conversazioni fra l’Autore ed alcune persone del primo carattere, su questo suggetto.

NON vi ha Nazione più colta e generosa quanto quella de’Luggnaggiani; e tutto che non sien eglino affatto esenti da quello spirito d’orgoglio che in quasi tutte l’Orientali Nazioni distinguesi; non ostante, generalmente parlando, non lasciano d’essere umanissimi a riguardo degli Stranieri, Buona sorte per me, che io godeva dell’intima amistà di molti Signori della Corte; cosicchè tenendo sempre al mio canto l’Interprete, non erano disaggradevoli i nostri trattenimenti.

Un giorno, in un’assai numerosa ragunanza, mi ricercò una persona di qualità se veduto avessi qualcuno de’loro Struldbruggs, o sieno Immortali. Le risposi che nò: e mostrai di desiderar di sapere in qual senso si potesse applicare a una mortal Creatura un somigliante titolo. Replicò quel Signore; che tal volta, comechè di rado, nascean fra loro de’pargoletti con un marchio rossigno, e d’una circolar figura sopra la fronte, direttamente al di sopra della sinistra palpebra, il che era un segno infallibile d’immortalità. Aggiunse; che da principio era picciolissima questa macchia, ma che a misura del crescere del bambino, ella ingrandiva, ed eziandio di color cangiava: che da’dodici perfino a’venti e cinque anni d’età, ella era verde, poscia cerulea oscura; e sugli anni quaranta e cinque, nera come carbone; dopo di che, più non pativa cangiamento di sorta. Son sì rari, ei proseguiva, cotali nascimenti, che non credo che per tutto il Regno siavi una maggior somma di mille e cento Struldbruggs dell’uno e dell’altro sesso: Che simili produzioni non erano peculiari di certe Famiglie, bensì un puro effetto dell’accidente; e che i figliuoli degli Struldbruggs erano suggetti al cessar dal vivere, del pari che gli altri Mortali. Confesso che un tal racconto cagionò in me un piacere che non può esprimersi; e come venivami fatto da persona che intendeva il linguaggio di Balnibarbi ond’io parlava assai bene, ritenermi non potei da diverse esclamazinni alquanto, forse, stravaganti. Come rapito fuor di me stesso mi messi a gridare: O beato Popolo, ove ciascun pargoletto potè, per lo meno, nascere Immortale. O Nazione beata, innanzi agli occhi di cui son posti in o ostra tanti vivi esempi dell’antica Virtù; e che strigne nel propio seno de’Maestri pronti ad instruirla nella saggezza di tutti i secoli! Ma o mille e mille volte più beati ancora questi ammirabili Struldbruggs, che nascono immuni dal più spaventevole di tutti mali; e le cui anime dall’orribile terror della morte non sono continuamente agitate! Diedi indizi di qualche mio stupore di non aver veduto veruno di quegli Illustri Personaggi alla Corte; mercè che un marchio nero sopra la fronte ha in se qualche cosa d’assai notabile, perchè immediate non me ne fossi avveduto; e immaginandomi, d’altra parte, ch’era impossibile che Sua Maestà, come giudiziosissimo Principe, non ne avesse scelto un buon numero, per servirle di Consiglieri. Ma, continuava io, può essere che questi venerabili Saggi respirar non vogliano un’aria così corrotta come quella della Corte; oppure, che troppo non si badi a’loro consigli; come fra noi veggonsi de’Giovanastri troppo vivaci e troppo poco docili, per lasciarsi reggere dalla prudenza di qualche Vecchio: Che ne fosse in tal proposito; poichè permettevami talvolta il Re d’inchinarlo, io era risoluto di dichiarargli con libertà e stesamente, a primo incontro, il mio sentimento, con l’assistenza del mio Interprete; e fosse ch’egli ne profittasse o no, stava io d’intenzione di risegnarmi alle replicate offerte di Sua Maestà, e di passar i giorni che mi restavano, nel Paese di lei, affin di divenir più saggio, e di migliorar pel commerzio de’suoi Esseri superiori, onde venivami data contezza, se pure si compiacesser eglino d’accordarmi la loro civil Società. Il Gentiluomo, al quale io avea indiritto questo discorso, (essendo che, come già l’avvertì, ei parlava la favella di Balnibarbi) mi disse con quella sorta di sorriso che cava a forza la compassione che si ha per l’ignoranza; ch’ei gioiva, perchè vi si rinvenisse qualche cosa che fosse valevole a ritenermi fra loro; e che mi pregava di permettergli ch’egli spiegasse alla Compagnia ciò che testè io gli avea detto. Ei lo fece: e que’Signori disputarono qualche tempo insieme in loro lingua, senza che io ne intendessi neppur parola, nè che accorgermi potessi qual impression sopra loro fatta avesse il mio ragionamento. Dopo un silenzio d’alcuni instanti, il Signor medesimo mi dichiarò, che i suoi Amici ed i miei (furon questi i precisi suoi termini) stavano incantati dalle giudiziose riflessioni che io avea fatte sopra gli avvantaggi d’una vita immortale; e che desideravano che io palesassi loro in un modo alquanto specifico, a qual metodo di vivere appigliato mi sarei, se avuta avessi la buona sorte di nascere Struldbrugg.

Io risposi, che non era cosa molto difficile d’essere eloquente sopra un sì bello, e sì ricco argomento; e in ispezieltà per me, che allo spesso mi era divertito in pensare cosa facessi, se fossi un Re, un generale, un gran Signore: Che quanto al caso proposto; più d’una volta io avea riflettuto sopra la maniera del passar il mio tempo se fossi assicurato di non aver a morire.

Che se avessi avuta la fortuna di nascere Struldbrugg, immediate che conosciuto avessi l’eccesso della mia felicità, mi sarei a prima giunta valuto di qualunque mezzo per acquistare ricchezze: Che a forza d’industria e d’applicazione avrei potuto in men di due secoli divenir uno de’più opulenti Particolari del Regno: In secondo luogo; che fin dalla più fresca mia giovinezza, procurato avrei di perfezionarmi in tutte le Scienze, affin di superare, un giorno, in abilità, e sapere tutti gli uomini del Mondo: Finalmente, che io registrerei in iscritto con tutta la diligenza cadaun ragguardevole avvenimento, della cui verità io instruito ne fossi: Che senz’alcuna ombra di parzialità delinearei gli Caratteri de’Principi, e de’più rinomati Ministri di Stato, di Successori in Successori: Che distinguerei esattamente i diversi cangiamenti che accadessero nelle costumanze, nel linguaggio, nelle mode, e ne’divertimenti del mio Paese, e che con questi mezzi io mi lusingherei di costituire me stesso come in tesoro vivente di conoscenze, e di saggezza; e altresì come l’Oracolo della mia Nazione.

Pervenuto che fossi a’sessant’anni d’età, diceva io in proseguendo il mio discorso, più non penserei ad ammogliarmi, ma praticherei, comechè con ritegno, le Leggi dell’Ospitalità.

Mi terrei occupato nel formare lo spirito e il cuore d’alcuni Giovani di grande speranza, convincendogli con le mie osservazioni e con numerosi esempi, dell’utilità, e dell’eccellenza della Virtù: Ma sceglierei in miei compagni perpetui, degli Immortali al pari di me, fra quali sarebbevi una dozzina de più Anziani, che vorrei Amici di tutta intrinsichezza: Se taluni di questi non si trovassero in uno stato opulento, gli alloggerei in mia casa, ed alcuni ne terrei continuamente alla mia mensa; alla quale non sarebbe ammesso che un picciol numero di voi altri Mortali, che io risguarderei con l’occhio medesimo, come un uomo nel suo giardino risguarda l’annual successione de’Tulipani e de’Garofani: i fiori ch’ei vede l’allettano, per qualche tempo, ma non fanno ch’ei si prenda fastidio di quegli dell’anno innanzi.