Sarebbe stato evidentemente un vantaggio pel piloto di condurre i suoi passaggieri sino a Yokohama, giacchè era pagato a giornate. Ma grande imprudenza sarebbe stato il tentare un simile tragitto in tali condizioni, ed era già un bell’atto d’audacia, se non di temerità, il risalire sino a Shangai. Ma John Bunsby aveva fiducia nella sua Tankadera, che s’alzava sulle onde come un sughero, e forse non aveva torto.

Durante le ultime ore della prima giornata, la Tankadera navigò nei passi capricciosi di Hong-Kong, e in tutte le andature, con vento in poppa o quasi: si condusse ammirabilmente.

— Non ho bisogno, piloto, disse Phileas Fogg, al momento che la goletta entrava in alto mare, di raccomandarvi tutta la diligenza possibile.

— Vostro Onore riposi su di me, rispose John Bunsby. In fatto di vele, noi portiamo tutto ciò che il vento permette di portare. Le nostre freccie non vi aggiungerebbero nulla, e non sarebbe che sopraccaricare l’imbarcazione nuocendo al suo cammino.

— È il vostro mestiere, e non il mio, piloto; mi affido a voi.„

Phileas Fogg, col corpo ritto, le gambe aperte ed equilibrate come un marinaio, guardava senza barcollare il mare agitato. La giovane donna, seduta a poppa, si sentiva commossa a vedere l’Oceano, oscurato già dal crepuscolo, ch’ella affrontava sopra una fragile barca. Al di sopra della sua testa si spiegavano quelle vele bianche, che la traevano nello spazio pari a grandi ali. La goletta, sollevata dal vento, pareva volare in aria.

Venne la notte. La luna entrava nel suo primo quarto, e la sua insufficiente luce doveva spegnersi in breve nelle nebbie dell’orizzonte. Delle nubi accorrevano dall’est e invadevano già una parte del cielo.

Il piloto aveva disposto i suoi fuochi di posizione, precauzione indispensabile in quei mari molto frequentati in vicinanza agli approdi. Gli scontri di navi non vi erano rari, e con la velocità da cui era animata, la goletta si sarebbe sfracellata al menomo urto.

Fix meditava a prua dell’imbarcazione. Egli se ne stava in disparte, sapendo Fogg d’indole poco ciarliera. D’altra parte, gli ripugnava di parlare a quell’uomo, da cui accettava i favori. Egli pensava altresì all’avvenire. Cotesto gli pareva certo: che il signor Fogg non si fermerebbe a Yokohama, che piglierebbe immediatamente il battello di San Francisco affine di andar in America, la cui vasta estensione gli assicurerebbe la impunità con la sicurezza. Il piano di Fogg gli sembrava il più semplice del mondo.

Invece d’imbarcarsi in Inghilterra per gli Stati Uniti, come un briccone volgare, quel Fogg aveva fatto il gran giro e traversato i tre quarti del globo, affine di portarsi più sicuramente sul continente americano, ove si papperebbe tranquillamente il milione della Banca, dopo aver fuorviato la polizia. Ma giunto che fosse sul territorio dell’Unione, che cosa farebbe Fix? Abbandonerebbe quell’uomo? No, cento volte no! e fintantochè egli non avesse ottenuto un atto d’estradizione, non se ne scosterebbe d’una suola. Era il suo dovere ed egli lo adempirebbe sino alla fine. Ad ogni modo una circostanza fortunata erasi verificata: Gambalesta non era più vicino al suo padrone, e principalmente dopo le confidenze di Fix, era importante che padrone e servo non si rivedessero mai.