Gambalesta si abbandonò sopra un seggiolone. Era un colpo di fulmine. E d’un subito la luce si fece in lui. Egli si ricordò che l’ora di partenza del Carnatic era stata anticipata, ch’egli doveva avvertirne il suo padrone, che non lo aveva fatto, e che era colpa sua se il signor Fogg e mistress Auda avevano mancato alla partenza!
Colpa sua, sì, ma ancor più colpa di quel traditore che, per separarlo dal suo padrone, per tener questi a Hong-Kong, lo aveva ubbriacato! Giacchè egli capì finalmente la manovra dell’ispettore di polizia. Ed ora il signor Fogg, certissimamente rovinato, la sua scommessa perduta, arrestato, incarcerato forse!... Gambalesta a questo pensiero si strappava i capelli. Ah! se Fix gli capitasse sotto la mano, che resa di conti!
Finalmente, Gambalesta dopo il primo momento di abbattimento ripigliò il suo sangue freddo e studiò la situazione. Poco invidiabile, in verità. Egli si trovava in via pel Giappone. Certo di giungervi, in che modo ne tornerebbe via? Aveva le tasche vuote. Non uno scellino, non un penny. Meno male che il suo passaggio e il suo vitto a bordo erano pagati. Egli aveva cinque o sei giorni dinanzi a sè per riflettere e pigliare una determinazione. Quel ch’ei mangiò e bevve in quel tragitto non si potrebbe descrivere. Egli mangiò pel suo padrone, per mistress Auda e per sè. Mangiò come se il Giappone, dove stava per approdare, fosse un paese deserto, sprovvisto di qualunque sostanza commestibile.
Il 13, con la marea del mattino, il Carnatic entrava nel porto di Yokohama.
Questo punto è un approdo importante del Pacifico, dove poggiano in porto tutti i piroscafi che fanno il servizio della posta e dei viaggiatori tra l’America del Nord, la Cina, il Giappone e le isole della Malesia. Yokohama è situata nella medesima baia di Yeddo, a poca distanza da quell’immensa città, seconda capitale dell’impero giapponese, già residenza del taikun, nel tempo in cui quell’imperatore civile esisteva, e rivale di Meaka, la grande città che abita il mikado, imperatore ecclesiastico e discendente degli dêi.
Il Carnatic andò a schierarsi al molo di Yokohama, vicino alle gettate del porto ed ai magazzini della dogana, in mezzo a buon numero di navi appartenenti a tutte le nazioni.
Gambalesta pose il piede senz’alcun entusiasmo su quella terra tanto curiosa dei Figli del Sole. Il meglio ch’ei potesse fare era di pigliarsi il caso per guida, e andare alla ventura per le strade della città.
Gambalesta si trovò dapprima in una città assolutamente europea, con case a facciate basse, ornate di verande sotto le quali si entrava in eleganti peristilii, e che copriva con le sue strade, con le sue piazze, co’ suoi docks, co’ suoi magazzini, lo spazio compreso dal promontorio del Trattato sino al fiume. Colà, come a Hong-Kong, come a Calcutta, formicolava un miscuglio di gente di tutte le razze. Americani, Inglesi, Cinesi, Olandesi, mercanti pronti a vender tutto ed a comperare di tutto, in mezzo a’ quali il Francese si trovava tanto estraneo come se fosse stato gettato nel paese degli Ottentotti.
Gambalesta aveva bensì un espediente; quello di raccomandarsi agli agenti consolari francesi o inglesi stabiliti a Yokohama; ma gli ripugnava il raccontare la sua storia, così intimamente commista a quella del suo padrone, e prima di risolversi a ciò, egli voleva aver esaurito tutti gli altri mezzi.
Laonde, dopo aver percorso la parte europea della città, senza che la sorte lo avesse in nulla aiutato, egli entrò nella parte giapponese, deciso, all’occorrenza, di avanzarsi sino a Yeddo.