Gambalesta, lui, nella sua qualità di giovane di convinzioni, non guardava senza un certo spavento quelle Mormone incaricate di fare, in molte, la felicità di un solo Mormone. Nel suo buon senso, egli compiangeva sopratutto il marito. Gli pareva terribile cosa avere a guidare tante signore alla volta tramezzo alle vicissitudini della vita, condurle così in frotta sino al paradiso mormone, con la prospettiva di ritrovarvele per l’eternità in compagnia del glorioso Smyth, che doveva formar l’ornamento di quel luogo di delizie. Decisamente egli non si sentiva la vocazione, e trovava, — forse con un po’ d’illusione — che le cittadine di Great-Lake-City lanciavano sulla sua persona degli sguardi un po’ inquietanti.

Fortunatamente il suo soggiorno nella Città dei Santi non doveva prolungarsi. Alle quattro meno qualche minuto i viaggiatori si ritrovavano alla stazione e ripigliavano posto nei loro vagoni.

Il fischio si fece udire, ma al momento che le ruote motrici della locomotiva, pattinando sulle rotaie, cominciavano ad imprimere al treno una certa velocità, si udirono grida di “Fermate! fermate!„

Non si ferma un treno in cammino. Il gentleman, che proferiva queste grida, era evidentemente un Mormone in ritardo. Egli correva a precipizio. Fortunatamente per lui, la stazione non aveva nè porte nè barriere. Egli si slanciò dunque sulla via, saltò sulla predella dell’ultima carrozza, e cadde anelante sopra un sedile del vagone.

Gambalesta, che aveva seguito con emozione gl’incidenti di quella ginnastica, sen venne a contemplare il ritardatario, al quale s’interessò vivamente, quando venne a sapere che quel cittadino dell’Utah erasi così dato alla fuga per mettere fine ad una scenetta di famiglia.

Allorchè il Mormone ebbe ripreso fiato, Gambalesta si arrischiò a chiedergli garbatamente quante mogli avesse, — al modo in cui aveva preso il largo, gliene supponeva una ventina almeno.

“Una, signore! rispose il Mormone alzando le braccia al cielo, una ed era abbastanza!„

CAPITOLO XXVIII. Nel quale Gambalesta non riesce a far intendere il linguaggio della ragione.

Il treno, lasciando Great-Salt-Lake e la stazione di Ogden, salì durante un’ora verso il nord, sino a Veber-River, avendo percorso novecento miglia all’incirca da S. Francisco. Da quel punto in avanti, esso ripigliò la direzione dell’est tramezzo ai massi accidentati dei monti Wahsatch. Precisamente in questa parte del territorio compresa tra le dette montagne e le Montagne Rocciose propriamente dette, gl’ingegneri americani si trovarono alle prese con le più serie difficoltà. Perciò in quel tratto la sovvenzione del governo dell’Unione ascese a quarantottomila dollari per miglio, mentre non era che di sedicimila dollari in pianura, ma gli ingegneri, come fu già detto, non violentarono la natura, giuocarono con lei d’astuzia, girando le difficoltà, e per arrivare al gran bacino, una sola galleria, lunga quattordicimila piedi, venne scavata in tutta la lunghezza del rail-road.

Gli era appunto al Lago Salato che il tracciato aveva raggiunto il sommo dell’altezza. Da questo punto, il suo profilo descriveva una curva molto allungata, abbassandosi verso la valle del Bitter-Creek, per risalire sino al punto di divisione delle acque tra l’Atlantico e il Pacifico. I rii erano in buon numero in quell’alpestre regione. Fu mestieri valicare sopra dei ponticelli il Muddy, il Green ed altri. Gambalesta diveniva più impaziente mano mano che s’avvicinava alla meta. Anche Fix, alla sua volta, avrebbe voluto essere già uscito da quella difficile contrada; egli temeva i ritardi, paventava gli accidenti, ed aveva più fretta dello stesso Phileas Fogg di porre il piede sulla terra inglese.