Quanto a Gambalesta, con la faccia rossa come il disco solare quando tramonta nelle nebbie, egli aspirava quell’aria frizzante. Col fondo d’imperturbabile fiducia che possedeva, egli ripigliava le speranze. Invece di giungere al mattino a Nuova York, vi si giungerebbe alla sera, ma c’era ancora qualche probabilità che ciò accadesse prima della partenza del piroscafo di Liverpool.

Gambalesta aveva anzi sentito una gran voglia di stringere la mano del suo alleato Fix. Egli non dimenticava che era l’ispettore quegli che aveva procurato la slitta a vele, e, quindi, il solo mezzo che vi fosse di portarsi ad Omaha in tempo utile. Ma, chi sa per quale presentimento, egli si tenne nella sua riserva abituale.

Ad ogni modo, una cosa che Gambalesta non dimenticherebbe mai, era il sacrificio che il signor Fogg aveva fatto, senza esitare, per strapparlo dalle mani dei Siù. Con ciò, il signor Fogg aveva arrischiato sostanza e vita... No! il suo servo non lo dimenticherebbe!

Mentre ciascuno dei viaggiatori era assorto in riflessioni tanto diverse, la slitta volava sull’immenso tappeto di neve. Se passava qualche creek, affluente o sub-affluente del Little-blue-river, nessuno se n’accorgeva. I campi e i corsi d’acqua sparivano sotto una bianchezza uniforme. La pianura era assolutamente deserta. Compresa tra l’Union-Pacific-road e il tronco che deve congiungere Kearney a San Giuseppe, essa formava come una grande isola disabitata. Non un villaggio, non una stazione, neppure un forte. Di tanto in tanto si vedeva passare come un lampo qualche albero smorfioso, il cui scheletro bianco si torceva sotto la brezza. A volte, stormi di uccelli selvatici si alzavano a volo. A volte anco, de’ lupi di praterie, a frotte numerose, magri, affamati, spinti da un bisogno feroce, lottavano in velocità con la slitta. Allora Gambalesta, col revolver in mano, si teneva pronto a far fuoco sui più vicini. Se qualche accidente avesse allora fermato la slitta, i viaggiatori, assaliti da quei feroci carnivori, avrebbero corso i maggiori pericoli. Ma la slitta tirava via, non tardava a spingersi innanzi, e in breve tutta la torma urlante rimaneva indietro.

A mezzodì, Mudge riconobbe da certi segni ch’egli passava il corso gelato del Platte-river. Non disse nulla, ma era già certo che, venti miglia più innanzi, sarebbe giunto alla stazione di Omaha.

E difatti, non era ancora trascorsa un’ora, che quest’abile guida, abbandonando la barra, si precipitò alle drizze delle vele e le ammainava in bando, mentre la slitta, trascinata dal suo irresistibile slancio, percorreva ancora un mezzo miglio priva affatto di tela. Finalmente si fermò, e Mudge, additando un ammasso di tetti bianchi di neve, diceva:

“Siamo giunti.„

Giunti! Giunti, infatti, a quella stazione che, a mezzo di tanti treni, è quotidianamente in comunicazione con l’est degli Stati Uniti.

Gambalesta e Fix erano saltati a terra e scrollavano le loro membra irrigidite. Essi aiutarono il signor Fogg e la giovine signora a scendere dalla slitta. Phileas Fogg regolò generosamente il conto con Mudge, al quale Gambalesta strinse la mano come ad un amico, e tutti si precipitarono verso la stazione di Omaha.

A questa importante città del Nebraska si arresta appunto la strada ferrata del Pacifico propriamente detta, che mette il bacino del Mississipì in comunicazione col Grande-Oceano. Per andare da Omaha a Chicago, il rail-road, sotto il nome di “Chicago-Rock-Island-road,„ corre direttamente nell’est facendo il servizio di cinquanta stazioni.