Alle otto, la slitta era pronta a partire. I viaggiatori, — si potrebbe dire i passeggieri, — vi pigliavano posto e si avviluppavano strettamente nelle loro coperte da viaggio. Le due immense vele erano alzate, e sotto l’impulso del vento il veicolo filava sulla neve indurita, con una rapidità di quaranta miglia all’ora.
La distanza che separa il Forte Kearney da Omaha è in linea retta, — a volo d’ape, come dicono gli Americani, — di duecento miglia al più. Mantenendosi il vento, questa distanza poteva essere percorsa in cinque ore.
Se non sopravveniva alcun accidente, ad un’ora dopo mezzodì la slitta avrebbe raggiunto Omaha.
Che tragitto! I viaggiatori, stretti l’uno contro l’altro, non potevano parlarsi. Il freddo, accresciuto dalla velocità, tagliava la parola. La slitta sdrucciolava così leggermente sulla superficie della pianura come una barca sulla superficie delle acque, — con le onde di meno. Quando la brezza giungeva a fior di terra, pareva che la slitta fosse sollevata dalle sue vele, vaste ali d’immensa apertura. Mudge, al timone, si manteneva nella linea retta, e, con un colpo di barra, rettificava le guizzate che il congegno tendeva a fare. Tutta la tela portava. Il fiocco era stato alzato, e non era più riparato dalla randa. Un albero di coffa fu ghindato, ed una freccia, tesa al vento, aggiunse la sua potenza d’impulso a quella delle altre vele. Non si poteva stimarla matematicamente, ma certo la velocità della slitta non doveva essere minore di quaranta miglia all’ora.
“Se non si rompe nulla, disse Mudge, arriveremo!„
E Mudge aveva interesse a giungere nel termine convenuto, poichè il signor Fogg, fedele al suo sistema, lo aveva adescato con un vistoso premio.
La prateria che la slitta tagliava in linea retta era piatta come un mare e pareva un immenso stagno ghiacciato. Il rail-road che provvedeva al servizio di questa parte del territorio, risaliva, dal sud-ovest al nord-ovest, per Grand-Island, Columbus, città importante del Nebraska, Schuyler, Fremont, indi Omaha. Esso seguiva in tutto il suo corso la sponda destra di Platte-River. La slitta, accorciando questa strada, percorreva la corda dell’arco descritto dalla ferrovia. Mudge non poteva temere di essere fermato dal Platte-River, a quel piccolo gomito che fa dinanzi a Fremont, giacchè le acque del fiume erano gelate. La strada era dunque interamente sgombra di ostacoli, e Phileas Fogg non aveva che due circostanze da temere: una avaria del congegno, un cambiamento o una caduta del vento.
Ma la brezza non calmò. Al contrario, essa soffiava tanto da curvare l’albero, che le sartie di ferro mantenevano solidamente. Quei fili metallici, simili alle corde di uno strumento, risuonavano, come se un archetto avesse provocato le loro vibrazioni. La slitta correva in mezzo ad un’armonia lamentosa, di una intensità affatto particolare.
“Queste corde danno la quinta e l’ottava,„ disse il signor Fogg.
E furono queste le sole parole ch’egli pronunziò durante il tragitto. Mistress Auda, bene imbaccucata nelle pellicce e nelle coperte da viaggio, era, per quanto possibile, preservata dall’azione del freddo.