Quanto a Fix egli aveva arrestato il nostro gentleman, perchè il suo dovere gl’imponeva di arrestarlo, fosse o no colpevole. La giustizia deciderebbe.
Ma allora un pensiero venne a Gambalesta, il pensiero terribile che egli era decisamente la causa di tutta quella disgrazia! Infatti, perchè mai aveva celato quell’avventura al signor Fogg? Quando Fix avea rivelato e la sua qualità d’ispettore di polizia e la missione di cui era incaricato, perchè s’era egli pigliata la responsabilità di non avvertire il suo padrone? Questi, avvertito, avrebbe senza dubbio dato a Fix le prove della sua innocenza; gli avrebbe dimostrato il suo errore; ad ogni modo, non avrebbe scarrozzato a sue spese ed alle sue calcagna quel malaugurato agente, la cui prima cura era stata di arrestarlo al momento in cui metteva il piede sul suolo del Regno Unito. Pensando alle sue colpe, alle sue imprudenze, il povero giovine era colto da irresistibili rimorsi. Egli piangeva, faceva pena a vedere. Voleva spaccarsi la testa!
Mistress Auda e lui erano rimasti, ad onta del freddo, sotto il peristilio della dogana. Non volevano nè l’uno nè l’altro muoversi di là. Volevano rivedere ancora una volta il signor Fogg.
Quanto al nostro gentleman, egli era irremissibilmente rovinato, e ciò al momento che stava per toccare la meta. Quell’arresto lo perdeva senza rimedio. Giunto a mezzodì meno venti a Liverpool, il 21 dicembre, egli aveva tempo sino alle otto e quarantacinque minuti per presentarsi al Reform-Club, cioè nove ore e quindici minuti, — e non gliene occorrevano che sei per andare a Londra.
In quel momento, chi fosse penetrato nel posto della dogana, avrebbe trovato il signor Fogg, immobile, seduto sopra una panca di legno, senza ira, ed ancora impassibile. Rassegnato, veramente no; ma quest’ultimo colpo non aveva potuto commoverlo, almeno in apparenza. Che si fosse addensato in lui uno di quei furori segreti, terribili, perchè contenuti, e che scoppiano in un dato momento con forza irresistibile! Chi sa! Ma Phileas era lì, calmo, aspettando... che cosa? Serbava forse qualche speranza? Credeva ancora al successo, quando udì chiudersi l’uscio della prigione?
Checchè ne sia, il signor Fogg aveva accuratamente deposto il suo oriuolo sopra una tavola, e ne guardava camminare le sfere. Non una parola gli sfuggiva dalle labbra, ma il suo sguardo aveva una fissità singolare.
In ogni caso, la situazione era terribile, e per chi non poteva leggere in quella coscienza, la si riassumeva così:
Onest’uomo, Phileas Fogg era rovinato.
Briccone, egli era preso.
Ebbe egli allora il pensiero di salvarsi? Pensò a cercare se quel posto presentava un’uscita praticabile? Pensò a fuggire? Si sarebbe tentati a crederlo, poichè ad un dato momento egli fece il giro della stanza. Ma la porta era solidamente chiusa e la finestra munita di sbarre di ferro. Egli tornò dunque a sedere, ed estrasse dal suo portafogli l’itinerario del viaggio. Sulla linea che conteneva queste parole: