— Chiedo perdono al signore, ma è impossibile.

— Voi ritardate di quattro minuti. Non monta. Basta conoscere l’errore. Dunque, da questo momento in avanti, undici ore e ventinove minuti del mattino, mercoledì, 2 ottobre 1872, voi siete al mio servizio.„

Ciò detto, Phileas Fogg si alzò, prese il suo cappello con la mano sinistra, se lo pose in testa con un movimento da automa e scomparve senza aggiungere una parola.

Gambalesta udì l’uscio di strada chiudersi una prima volta: era il suo nuovo padrone che usciva; indi una seconda volta: era il suo predecessore, James Forster, che se n’andava da parte sua.

Gambalesta rimase solo nella casa di Saville-row.

CAPITOLO II. Nel quale Gambalesta è convinto d’aver finalmente trovato il suo ideale.

“Affè! disse in cuor suo Gambalesta, a tutta prima un po’ sbalordito, ho conosciuto presso la signora Tussaud dei fantocci non meno vivi del mio nuovo padrone!„

I “fantocci„ della signora Tussaud sono figure di cera, che tutti vanno a visitare a Londra, e alle quali non manca davvero che la parola.

Durante i pochi istanti del suo colloquio con Phileas Fogg, Gambalesta aveva rapidamente ma diligentemente esaminato il suo futuro padrone. Era un uomo sulla quarantina, di faccia nobile e bella, alto di statura, cui non guastava una leggera pinguedine, biondo di capelli e di favoriti, fronte piana senz’apparenza di rughe alle tempie, faccia piuttosto pallida che colorita, denti magnifici. Egli dimostrava possedere al più alto grado ciò che i fisionomisti chiamano “il riposo nell’azione,„ facoltà comune a coloro che fanno più fatti che rumore. Calmo, flemmatico, occhio puro, palpebra immobile, era il tipo finito di quegl’Inglesi di sangue freddo che s’incontrano di frequente nel Regno-Unito, e di cui Angelica Kauffmann ritrasse meravigliosamente col suo pennello l’attitudine un po’ accademica. Veduto nei diversi atti della sua esistenza, quel gentleman dava l’idea di un essere ben equilibrato in tutte le sue parti, giustamente ponderato, perfetto come un cronometro di Leroy o Earnshaw. E difatti Phileas Fogg era l’esattezza personificata; il che appariva chiaramente “nell’espressione dei suoi piedi e delle sue mani;„ poichè presso l’uomo, come presso gli animali, le membra stesse sono organi espressivi delle passioni.

Phileas Fogg era di quegli uomini matematicamente esatti, che, mai frettolosi e sempre pronti, sono economi dei loro passi e dei loro movimenti. Battendo sempre la via più corta, egli non faceva un passo soverchio. Non sciupava mai uno sguardo verso il soffitto. Non si permetteva un gesto superfluo. Non lo si era mai visto commosso o turbato. Era l’uomo meno frettoloso di questo mondo, ma giungeva sempre in tempo. Perciò viveva solo e per così dire al di fuori di qualunque cerchia sociale. Sapeva che nella vita bisogna far la parte degli attriti, e siccome gli attriti fanno indugiare, egli evitava ogni contatto.