Quanto a Gianni, detto Gambalesta, — vero parigino di Parigi, da cinque anni che abitava l’Inghilterra e vi faceva a Londra il mestiere di cameriere, aveva cercato indarno un padrone cui affezionarsi.

— Gambalesta, dell’età di trent’anni, non era uno di quei Frontini o Mascarilli che, colle spalle alte, il naso al vento, lo sguardo sicuro, l’occhio asciutto, non sono che impudenti cialtroni. No, Gambalesta era un bravo giovine, di fisonomia amabile, dalle labbra un po’ sporgenti, sempre pronte a gustare o ad accarezzare, un’indole buona e servizievole, con una di quelle buone teste rotonde che piace vedere sulle spalle di un amico. Aveva gli occhi azzurri, la carnagione accesa, la faccia grassa al punto che poteva, abbassando gli occhi, vedersi il pomello delle gote, il petto largo, la vita ampia, la muscolatura vigorosa, e possedeva una forza erculea che gli esercizi della giovinezza avevano ammirabilmente sviluppata. I suoi capelli bruni erano un pochino arruffati. Se gli scultori dell’antichità conoscevano diciotto modi di acconciare la capigliatura di Minerva, Gambalesta non ne conosceva che uno per rassettare la sua; tre colpi di pettine, ed era bell’e pettinato.

Dire che il carattere espansivo di questo servo si accorderebbe con quello di Phileas Fogg, gli è quanto la prudenza più elementare non permette. Gambalesta sarebbe quel domestico impeccabilmente esatto che occorreva al suo padrone? Lo si vedrà col tempo.

Dopo aver avuto, come sappiamo a quest’ora, una giovinezza quasi vagabonda, egli aspirava al riposo. Avendo udito lodare il metodismo inglese e la freddezza proverbiale dei gentlemen, egli andò a cercar fortuna in Inghilterra. Ma, fin allora, la sorte lo aveva mal servito. Non aveva potuto piantare radici in nessun luogo. Era stato in dieci case. In tutte c’era il bislacco, l’ineguale, il cacciatore d’avventure o il curioso di veder paesi: ciò non poteva più convenire a Gambalesta. Il suo ultimo padrone, il giovine lord Longsferry, membro del Parlamento, dopo aver passato le sue notti nelle oysters-rooms[2] di Hay-Market, tornava troppo spesso a casa sulle spalle dei policemen. Gambalesta, volendo anzitutto poter rispettare il suo padrone, arrischiò alcune rispettose osservazioni che furono mal accolte. Allora la ruppe. Riseppe in quella che il signor Phileas Fogg, esq., cercava un servo. Prese informazioni su questo gentleman. Un personaggio che menava una esistenza tanto regolare, che non dormiva fuori di casa, che non viaggiava, che non si assentava mai, neppure un giorno, doveva convenirgli appuntino. Si presentò e fu ammesso nelle circostanze che il lettore conosce.

Gambalesta, — scoccate le undici e mezzo, — si trovava dunque solo nella casa di Saville-row. Senz’altro ne incominciò l’ispezione. La percorse dalla cantina al granaio. Quella casa pulita, ordinata, severa, puritana, ben organizzata pel servizio, gli piacque. Gli fece l’effetto di un bel guscio di lumaca, ma di un guscio rischiarato e scaldato dal gas, poichè l’idrogeno carburato vi bastava a tutti i bisogni di luce e di calore. Gambalesta trovò senza fatica, al secondo piano, la camera che eragli destinata. Essa gli convenne. Dei campanelli elettrici e dei tubi acustici la mettevano in comunicazione con gli appartamenti dell’ammezzato e del primo piano. Sul caminetto, una pendola elettrica corrispondeva con la pendola della camera da letto di Phileas Fogg, e i due congegni segnavano in uno stesso istante il medesimo minuto secondo.

“La mi va, la mi va d’incanto!„ disse tra sè Gambalesta.

Egli notò pure, nella sua camera, una tabellina affissa al muro, al disopra della pendola. Era il programma del servizio quotidiano. Comprendeva, — dalle otto del mattino, ora regolamentare in cui si alzava il signor Phileas Fogg, sino alle undici e mezzo, ora in cui egli usciva di casa per andar ad asciolvere al Reform-Club, — tutte le particolarità del servizio: il thè e i crostini dalle otto e ventitrè, l’acqua per la barba dalle nove e trentasette, la teletta dalle dieci meno venti, ecc. Poi, dalle undici e mezzo del mattino fino alla mezzanotte, — ora in cui si coricava il metodico gentleman, — tutto era notato, previsto, regolarizzato. Gambalesta meditò con gioia quel programma e se ne impresse nella mente i diversi articoli.

Quanto alla guardaroba del signore, essa era assai ben fornita e meravigliosamente ordinata. Ogni pantalone, abito o panciotto portava un numero d’ordine riprodotto sopra un registro di entrata e di uscita indicante la data in cui, secondo la stagione, i suoi vestiti dovevano essere volta a volta portati. Stessa norma per le calzature.

Insomma, in quella casa di Saville-row, — che doveva essere il tempio del disordine all’epoca dell’illustre ma dissipatore Sherindan, — arredamento, che annunziava una bella agiatezza. Nessuna biblioteca, nessun libro: sarebbero stati senza utilità pel signor Fogg, giacchè il Reform-Club metteva a sua disposizione due biblioteche, una consacrata alle belle lettere, l’altra al diritto ed alla politica.

Nella camera da letto stava una cassa-forte di mezzana grandezza, che per la sua costruzione era guarentita dagl’incendi al pari che dai ladri. Non c’erano armi in casa, e neppure utensili da caccia o da guerra. Tutto vi dinotava le abitudini più pacifiche.