“Ma è dunque di ferro costui! disse il brigadiere guardandolo con ammirazione.
— Di ferro fuso,„ rispose Gambalesta, che si diè ad allestire un po’ di colazione.
A mezzodì, la guida diede il segnale della partenza. Il paese prese ben tosto un aspetto molto selvaggio. Alle grandi foreste succedettero boschi cedui di tamarindi e di palmizii nani, poscia vaste pianure aride, irte di magri arbusti e cosparse di grossi massi di sienite. Tutta quella parte dell’alto Bundelkund, poco frequentata dai viaggiatori, è abitata da una popolazione fanatica, indurita nelle pratiche più terribili della religione indù. Il dominio degl’Inglesi non potè stabilirsi regolarmente sopra un territorio soggetto all’influenza dei rajà, cui è difficile raggiungere negli inaccessibili covi dei Vindhias.
Parecchie volte, i nostri viaggiatori scorsero qualche banda di Indiani feroci, che faceva un gesto d’ira vedendo passare il rapido quadrupede. Peraltro il Parsì li evitava quant’era possibile, riputandoli gente di cattivo incontro. Si videro pochi animali durante quella giornata; appena poche scimmie, che fuggivano con mille contorcimenti e smorfie che divertivano molto Gambalesta.
Un pensiero in mezzo a tanti altri conturbava il nostro giovinotto. Che ne farebbe il signor Phileas Fogg di cotesto elefante, giunto che fosse alla stazione di Allahabad? Lo condurrebbe con sè? Impossibile! Il prezzo di trasporto aggiunto al prezzo di acquisto ne farebbe un animale rovinoso. Lo si venderebbe, lo si riporrebbe in libertà? Una sì stimabile bestia meritava pure dei riguardi. Se, per caso, il signor Fogg gliene facesse regalo, a lui Gambalesta, e’ ne sarebbe imbarazzatissimo. La cosa lo preoccupava molto.
Alle otto di sera, la principale catena dei Vindhias era stata valicata, ed i viaggiatori fecero sosta a’ piedi del versante settentrionale, in un bungalow in rovina.
La distanza percorsa in quella giornata era di circa venticinque miglia: ne rimanevano altrettante per giungere alla stazione di Allahabad.
La notte era fredda. All’interno del bungalow, il Parsì accese un fuoco di rami secchi, il cui calore fu assai gradito. La cena si compose delle provvigioni comperate a Kholby. I viaggiatori mangiarono da gente stracca e pesta. La conversazione, che incominciò a frasi spezzate, terminò in breve con un russare sonoro. La guida vegliò presso Kiunì, che si addormentò in piedi, appoggiato al tronco di un grosso albero.
Nessun incidente segnalò quella notte. Qualche ruggito di ghepardi e di pantere turbò a volte il silenzio, misto a ghigni acuti di scimmie. Ma i carnivori si contentarono di gridare e non fecero alcuna dimostrazione ostile contro gli ospiti del bungalow. Sir Francis Cromarty dormì tutto un sonno, da bravo militare affranto dalle fatiche. Gambalesta, in un sonno agitato, ricominciò in sogno i capitomboli della giornata. Quanto al signor Fogg, egli riposò tanto pacificamente come se fosse stato nella sua tranquilla abitazione di Saville-row.
Alle sei del mattino si riposero in cammino. La guida sperava giungere alla stazione di Allahabad la sera stessa. In questo modo il signor Fogg non perderebbe che una parte delle quarantott’ore economizzate dal principio del viaggio.