Si scesero le ultime chine dei Vhindias. Kiunì aveva ripigliato la sua andatura rapida. Verso mezzogiorno la guida girò la borgata di Kallenger, situata sul Cani, uno dei subaffluenti del Gange. Egli evitava sempre i luoghi abitati, sentendosi più al sicuro nelle campagne deserte, che segnano le prime depressioni del bacino del gran fiume. La stazione di Allahabad non era a più di dodici miglia a nord-est. Si fece alto sotto un fitto di banani, i cui frutti, sani quanto il pane, “succulenti quanto la crema,„ dicono i viaggiatori, furono superlativamente gustati.
Alle due, la guida entrò sotto la vôlta di una folta foresta che si doveva attraversare per delle miglia parecchie. Egli preferiva viaggiare così sotto la protezione dei boschi. Tuttavia, non aveva fatto sin allora nessun incontro cattivo, il viaggio pareva doversi compiere senza accidenti, quando l’elefante, dando segni d’inquietudine, si fermò di botto.
Erano allora le quattro.
“Che c’è, chiese sir Francis Cromarty, alzando la testa al disopra della barella.
— Non so, signor ufficiale, rispose il Parsì, tendendo l’orecchio ad un mormorio confuso che usciva di sotto ai folti rami.
Di lì a pochi minuti quel mormorio divenne più definibile. Lo si sarebbe detto un concerto, ancora molto distante, di voci umane e d’istrumenti di rame.
Gambalesta era tutt’occhi, tutt’orecchi. Il signor Fogg aspettava pazientemente, senza pronunciare mezza parola.
Il Parsì saltò a terra, legò l’elefante ad un albero e s’internò nel più fitto del bosco. Pochi minuti dopo, egli tornò, dicendo:
“Una processione di bramini che si dirige a questa volta. Se è possibile, evitiamo di esser visti.„
La guida slegò l’elefante e lo condusse in una macchia, raccomandando ai viaggiatori di non metter piede a terra. Egli stesso si tenne pronto ad inforcare rapidamente la sua cavalcatura, se la fuga divenisse necessaria. Ma sperava che la turba dei fedeli passerebbe senza scorgerlo, perocchè lo spessore del fogliame lo nascondeva interamente.