Pur facendo le sue compere, Gambalesta ebbe presto visto la città in passato difesa da un forte magnifico, che è divenuto prigione di Stato. Non più commercio, non più industria in quella città, già industriale e commerciale. Gambalesta che cercava indarno un magazzino di novità come se fosse stato in Regent street, a pochi passi da Farmer e C., non trovò che presso un rivendugliolo, vecchio ebreo difficoltoso, gli oggetti di cui aveva bisogno: una veste di stoffa scozzese, un ampio mantello, e una magnifica pelliccia in pelli di lontre che non esitò a pagare settantacinque sterline (1875 franchi). Indi, tutto trionfante, ritornò alla stazione.
Mistress Auda incominciava a riaversi. Quell’influenza alla quale i preti di Pillaji l’avevano sottoposta, si dissipava a poco a poco, e i suoi begli occhi riacquistavano tutta la loro dolcezza indiana.
Allorchè il re-poeta Ussaf Uddol celebra le grazie della regina di Ahmehnagara, si esprime così:
“La sua lucente capigliatura, regolarmente divisa in due parti, incornicia i contorni armoniosi delle sue gote delicate e bianche, brillanti di candore e di freschezza. Le sue sopracciglia di ebano hanno la forma e la potenza dell’arco di Kama, dio d’amore, e sotto le sue lunghe ciglia morbide come la seta, nella pupilla nera de’ suoi grandi occhi limpidi, nuotano come nei laghi sacri dell’Himalaya i riflessi più puri della luce celeste. Fini, eguali e bianchi, i suoi denti risplendono tramezzo alle sue labbra sorridenti, pari a stille di rugiada nel seno socchiuso di un fiore di granato. Le sue orecchie piccolette dalle curve simmetriche, le sue mani vermiglie, i suoi piedini rotondetti e teneri come le gemme del loto, brillano dello splendore delle più belle perle del Ceylan, dei più bei diamanti di Golconda. La sua esile e pieghevole cintura che una mano basta ad accerchiare, fa spiccare l’elegante arco de’ suoi omeri arrotondati e la ricchezza del suo busto ove la sua giovinezza in fiore fa pompa dei suoi più stupendi tesori, e sotto le morbide pieghe della sua tunica, ella sembra essere stata modellata in argento puro dalla mano divina di Vicvacarma, l’eterno statuario.„
Ma, senza tutta quest’amplificazione poetica, basta dire che mistress Auda, la vedova del rajà del Bundelkund, era una bellissima donna in tutto il senso europeo della parola. Parlava l’inglese con grande purezza, e la guida non aveva per nulla esagerato affermando che quella giovane Parsì era stata trasformata dall’educazione.
Frattanto il treno era lì lì per lasciare la stazione di Allahabad. Il Parsì aspettava. Il signor Phileas Fogg gli regolò il suo salario al prezzo convenuto, senza oltrappassarlo di un centesimo. Ciò sorprese un po’ Gambalesta, che sapeva tutto ciò che il padrone doveva alla devozione della guida. Il Parsì aveva difatti arrischiato volontariamente la vita nell’affare di Pillaji, e se in avvenire gli Indù lo sapessero, egli sfuggirebbe difficilmente alla loro vendetta.
Rimaneva anche la questione di Kiunì. Che fare di un elefante comperato così caro? Ma Phileas Fogg aveva già preso una risoluzione a questo riguardo.
“Parsì, diss’egli alla guida, tu sei stato fedele e affettuoso. Ho pagato il tuo servizio ma non la tua affezione. Vuoi quest’elefante? È tuo.„
Gli occhi della guida brillarono. “È una fortuna che Vostro Onore mi dà! esclamò egli.
— Accetta, guida, rispose il signor Fogg, è sarò io ancora tuo debitore.