— Così va bene! esclamò Gambalesta. Prendi, amico Parsì! Kiunì è un bravo e coraggioso animale!„
E, avvicinandosi alla bestia, le presentò alcuni pezzetti di zuccaro, dicendo: “To’, Kiunì, to’, to’!„
L’elefante mandò qualche grugnito di soddisfazione, indi prendendo Gambalesta per la vita, ed avviluppandolo con la proboscide, lo alzò sino all’altezza della sua testa. Gambalesta, punto spaventato, fece una buona carezza all’animale che lo ripose adagino adagino a terra, e, alla stretta di proboscide dell’onesto Kiunì rispose una vigorosa stretta di mano dell’onesto giovane.
Da lì a pochi minuti, Phileas Fogg, sir Francis Cromarty e Gambalesta, adagiati in un comodo vagone, di cui mistress Auda occupava il miglior posto, correvano a tutto vapore verso Benares.
Ottanta miglia al più separano questa città da Allahabad, e furono percorse in due ore.
Durante questo tragitto, la giovane donna si riebbe completamente; i vapori assopiti del hang si dissiparono.
Quale fu mai la sua meraviglia nel trovarsi sulla ferrovia, in quel compartimento, coperta da vestimenta europee, in mezzo a viaggiatori che le erano assolutamente sconosciuti!
Dapprima, i suoi compagni le prodigarono le loro cure e la rianimarono con qualche goccia di liquore; quindi il brigadiere generale le raccontò la di lei storia. Egli insistette sull’abnegazione di Phileas Fogg, che non aveva esitato a porre in gioco la sua vita per salvarla, e sul modo con cui l’avventura era stata risolta, mercè l’audace immaginazione di Gambalesta.
Il signor Fogg lasciò dire senza pronunciare una parola. Gambalesta, tutto vergognoso, ripeteva che “non ne valeva la pena.„
Mistress Auda ringraziò i suoi salvatori con effusione, con le lagrime più che con le parole. I suoi begli occhi, meglio che le sue labbra, furono interpreti della sua riconoscenza. Indi ricondotta dal pensiero alle scene del sutty, i suoi sguardi rividero quella terra indiana dove tanti pericoli l’aspettavano ancora, e fu colta da un fremito di terrore.