— Prima di mezzogiorno saremo a bordo,„ rispose semplicemente l’impassibile gentleman.
Ciò fu affermato così ricisamente, che Gambalesta non potè a meno di dire a sè stesso:
Diamine! è certo! prima di mezzogiorno saremo a bordo!„ Ma non era rassicurato niente affatto.
Alle otto e mezzo la porta della camera si aprì. Il policeman riapparve ed introdusse i suoi prigionieri nella sala vicina. Era una sala d’udienza, ed un pubblico alquanto numeroso, composto di Europei e d’indigeni, ne occupava già il pretorio.
Il signor Fogg, mistress Auda e Gambalesta sedettero sopra un banco di fronte ai seggi riservati al magistrato e al cancelliere.
Quel magistrato, il signor Obadiah, entrò quasi subito, seguito dal cancelliere. Era un uomo grosso e tondo tondo. Egli staccò una parrucca sospesa ad un chiodo e se la mise in testa lestamente.
“La prima causa, diss’egli.
Ma, portandosi la mano alla testa:
“Eh! non è la mia parrucca, diss’egli.
— Difatti, signor Obadiah, è la mia, rispose il cancelliere.