Infatti, l’agente Fix aveva compreso tutto il vantaggio che poteva trarre da quel malaugurato caso. Ritardando la sua partenza di dodici ore, egli aveva tenuto consiglio coi sacerdoti di Malebar-hill; aveva loro promesso un indennizzo considerevole, sapendo bene che il governo inglese si mostrava severissimo per quel genere di delitti; indi col treno successivo li aveva lanciati sulle tracce del sacrilego. Ma a cagione del tempo impiegato alla liberazione della giovane vedova, Fix e gli Indù giunsero a Calcutta prima del signor Fogg e del suo servo, che i magistrati avvisati per dispaccio dovevano arrestare alla loro discesa dal treno. Figuratevi il dispetto di Fix, allorchè seppe che Phileas Fogg non era ancora giunto nella capitale dell’India! Egli dovette credere che il suo ladro, fermandosi ad una delle stazioni del Peninsular railway, si era rifugiato nelle provincie settentrionali. Durante ventiquattr’ore, in mezzo a mortali inquietudini, Fix lo appostò alla stazione. Quale fu dunque la sua gioia allorchè quella mattina stessa lo vide scendere dal vagone in compagnia, vero è, di una giovane donna, di cui non poteva spiegarsi la presenza. Subito gli lanciò addosso il policeman, ed ecco come il signor Fogg, Gambalesta e la vedova del rajà del Bundelkund furono tratti dinanzi al giudice Obadiah.
E se Gambalesta fosse stato meno preoccupato del fatto suo, avrebbe scorto, nell’angolo del pretorio, il detective che seguiva il dibattimento con un interesse facile a comprendere, poichè a Calcutta, come a Bombay, come a Suez, il mandato d’arresto gli mancava ancora.
Però, il giudice Obadiah aveva preso atto della confessione di Gambalesta, che avrebbe dato tutto quello che possedeva per ritirare le sue imprudenti parole.
“I fatti sono confessati? disse il giudice.
— Confessati, rispose freddamente il signor Fogg.
— Ritenuto, ripigliò il giudice, ritenuto che la legge inglese, intende proteggere ugualmente tutte le religioni delle popolazioni dell’India, il reato essendo confessato dal signor Gambalesta, convinto di aver violato con piede sacrilego il lastrico della pagoda di Malebar-hill, a Bombay, nella giornata del 20 ottobre, condanno il detto Gambalesta a quindici giorni di carcere e ad una multa di trecento sterline (7,500).
— Trecento sterline? esclamò Gambalesta, che non era veramente sensibile che alla multa.
— Silenzio! disse l’usciere con voce stridente.
— E, soggiunse il giudice Obadiah, ritenuto che non è materialmente provato che non ci sia stata connivenza tra il servo e il padrone, che in ogni caso quest’ultimo deve essere tenuto responsabile dei fatti e dei gesti di un servo a’ suoi stipendii, dichiara colpevole il detto Phileas Fogg e lo condanna ad otto giorni di carcere e centocinquanta sterline di ammenda. Cancelliere, chiamate un’altra causa!„
Fix, nel suo angolo, provava un’indicibile soddisfazione. Phileas Fogg, trattenuto otto giorni a Calcutta, era più di quanto occorreva per dare al mandato il tempo di giungergli.