Cosicchè, senza un totale capovolgimento dello Stato francese, non è possibile alcun capovolgimento della amministrazione dello Stato francese. Con tale amministrazione si ha necessariamente l’indebitamento dello Stato, e coll’indebitamento dello Stato si ha necessariamente il dominio del commercio del debito dello Stato, dei creditori dello Stato, dei banchieri, dei cambiovalute, dei lupi di Borsa. Un’unica frazione del partito dell’ordine prendeva parte diretta nel minare l’aristocrazia finanziaria: i fabbricanti. Non parliamo già dei medî, dei minori industriali; parliamo dei principi della fabbrica, i quali sotto Luigi Filippo avevano costituito la larga base dell’opposizione dinastica. Il loro interesse sta indubbiamente nella diminuzione del costo di produzione; ossia nella diminuzione delle imposte, che si trasfondono nella produzione; ossia nella diminuzione dei debiti dello Stato, i cui interessi si trasfondono nelle imposte; ossia nella distruzione dell’aristocrazia finanziaria.
In Inghilterra — ed i più grossi fabbricanti francesi sono piccoli borghesi raffrontati coi loro rivali inglesi — noi troviamo per davvero i fabbricanti, un Cobden, un Bright, alla testa della crociata contro la Banca e l’aristocrazia della Borsa. Perchè non in Francia? In Inghilterra è l’industria che predomina, in Francia l’agricoltura. In Inghilterra l’industria ha d’uopo del free trade, in Francia del dazio protettivo, del monopolio nazionale accanto agli altri monopolî. L’industria francese non padroneggia la produzione francese; gli industriali francesi, per conseguenza, non padroneggiano la borghesia francese. Per attuare il loro interesse contro le restanti frazioni della borghesia, essi non possono, come gli inglesi, mettersi all’avanguardia del movimento ed insieme spingere all’avanguardia il loro interesse di classe; essi devono mettersi in coda alla rivoluzione e servire interessi, che stanno in antagonismo cogli interessi complessivi della loro classe. Nel febbraio essi non avevano intuito la loro posizione; il febbraio aperse loro gli occhi. E chi dagli operai più direttamente minacciato di colui che dà il lavoro, del capitalista industriale? Così accadde necessariamente che il fabbricante divenisse in Francia un membro fanatico del partito dell’ordine. L’assottigliamento del suo profitto per opera della finanza, che cos’è mai al paragone dell’abolizione del profitto per opera del proletariato?
In Francia, il piccolo borghese fa ciò, che dovrebbe normalmente fare il borghese industriale, l’operaio fa ciò, che normalmente sarebbe il còmpito del piccolo borghese; e il còmpito dell’operaio, chi lo fa? Nessuno. In Francia non lo si fa; in Francia lo si proclama. Non lo si soddisfa anzi in nessun luogo entro i confini nazionali; la guerra di classe in seno alla società francese si allarga in una guerra mondiale, in cui le nazioni muovono l’una contro l’altra. Quel compito non comincia a esser soddisfatto se non nel momento, in cui per forza di una guerra mondiale il proletariato sia spinto alla testa del popolo, che è padrone del mercato mondiale: dell’Inghilterra. La rivoluzione, che quivi trova non già la sua fine, bensì il suo inizio organizzatore, non è adatto una rivoluzione dal fiato breve. L’attuale generazione rassomiglia agli ebrei, cui Mosè conduce attraverso il deserto. Essa non solamente deve conquistare un nuovo mondo, essa deve perire, per fare posto agli uomini, nati per un nuovo mondo.
Ma ritorniamo a Fould.
Nel 14 novembre 1849 Fould salì alla tribuna della Assemblea nazionale e svolse il suo sistema finanziario: Apologia dell’antico sistema d’imposte! Mantenimento dell’imposta sul vino! Ristabilimento dell’imposta sul reddito di Passy!
Anche Passy non era affatto un rivoluzionario: era un vecchio ministro di Luigi Filippo. Apparteneva ai puritani della forza di Dufaure ed ai più intimi confidenti di Teste, di questo capro espiatorio della monarchia di luglio.[2] Anche Passy aveva lodato l’antico sistema d’imposte e raccomandato il mantenimento dell’imposta sul vino, ma aveva, contemporaneamente, strappato il velo al deficit dello Stato. Egli aveva dimostrata la necessità d’una nuova imposta, della imposta sul reddito, ove non si volesse la bancarotta dello Stato. Fould, che aveva raccomandato a Ledru-Rollin la bancarotta dello Stato, raccomandò alla Legislativa il deficit dello Stato. Promise economie, il cui mistero fu più tardi rivelato nella diminuzione, ad esempio, delle spese per circa 60 milioni e nell’aumento del debito fluttuante per circa 200 milioni, — giochi di bussolotti nell’aggruppare le cifre, nell’esporre la resa dei conti, che venivano tutti, in definitiva, a riescire a nuovi prestiti.
Sotto Fould, l’aristocrazia finanziaria non si mostrò naturalmente, accanto alle restanti frazioni borghesi rivali, corrotta in modo così svergognato come sotto Luigi Filippo. Ma il sistema era il medesimo: continuo aumento dei debiti, dissimulazione del deficit. E col tempo l’antica vertigine della Borsa si sfogò più liberamente. Prova: la legge sulla ferrovia d’Avignone, le misteriose oscillazioni dei valori di Stato, che per un momento formarono il discorso quotidiano di tutta Parigi, infine le malandate speculazioni di Fould e di Bonaparte sulle elezioni del 10 marzo.
Colla ristorazione ufficiale dell’aristocrazia finanziaria, il popolo francese doveva bentosto ritrovarsi dinanzi ad un nuovo 24 febbraio.
La Costituente, in un attacco di misantropia verso la propria erede, aveva abolito l’imposta sul vino per l’anno del Signore 1850. Coll’abolizione di vecchie imposte non si potevano pagare nuovi debiti. Creton, un cretino del partito dell’ordine, aveva proposto il mantenimento dell’imposta sul vino ancor prima della proroga dell’Assemblea legislativa. Questa proposta venne raccolta da Fould, in nome del ministero bonapartista, e il 20 dicembre 1849, anniversario della proclamazione di Bonaparte, l’Assemblea nazionale decretò la ristorazione dell’imposta sul vino.
Non ad un finanziere, ma ad un capo gesuita, a Montalembert, toccò fare il prologo a questa ristorazione. Il suo ragionamento fu d’una semplicità stringente: L’imposta è il seno materno, a cui il governo si disseta. Ma il governo è tutt’uno cogli stromenti della repressione, cogli organi dell’autorità, coll’esercito, colla polizia, cogli impiegati, coi giudici, coi ministri, coi preti. L’attacco all’imposta è l’attacco degli anarchisti alle sentinelle dell’ordine, che difendono la produzione materiale ed intellettuale della società borghese contro gli attentati dei Vandali proletarî. L’imposta è il quinto dio, accanto alla proprietà, alla famiglia, all’ordine ed alla religione. E l’imposta sul vino è indiscutibilmente un’imposta e, per giunta, una imposta per nulla volgare, ma d’antica estrazione, di spirito monarchico, rispettabile. Vive l’impôt des boissons! Three cheers and one cheer more!