Il contadino francese, quando vuol dipingersi il diavolo sulla parete, lo dipinge in forma d’esattore delle imposte. Dall’istante in cui Montalembert ebbe elevato a dio l’imposta, il contadino divenne senza dio, ateo, e si gittò nelle braccia del diavolo, del socialismo. La religione dell’ordine l’aveva preso a gabbo, i gesuiti preso a gabbo, Bonaparte preso a gabbo. Il 20 dicembre 1849 aveva compromesso irrimediabilmente il 20 dicembre 1848. Il «nipote di suo zio» non era il primo della sua famiglia, che fosse battuto dall’imposta sul vino, da quest’imposta, la quale, giusta l’espressione di Montalembert, porta il maltempo della rivoluzione. Il vero, il grande Napoleone dichiarava a Sant’Elena che il ristabilimento dell’imposta sul vino aveva più di ogni altra causa contribuito alla sua caduta, poichè avevagli inimicato i contadini della Francia meridionale. Favorita dell’odio popolare già sotto Luigi XIV (vedi gli scritti di Boisguillebert e di Vauban), abolita dalla prima rivoluzione, Napoleone l’aveva ripristinata nel 1808, modificandone la forma. Allorquando la Ristorazione entrò in Francia, trottavano dinanzi a lei non i soli cosacchi, ma altresì le promesse d’abolizione dell’imposta sul vino. La gentilhommerie, naturalmente, non aveva bisogno di mantenere la parola alla gent taillable à merci et miséricorde. Il 1830 promise l’abolizione dell’imposta sul vino, come aveva promesso tutto il resto. Dalla Costituente infine, che nulla aveva promesso, era stata fatta, come si disse, una disposizione testamentaria, secondo la quale l’imposta sul vino doveva scomparire al 1.º gennaio 1850. E, proprio dieci giorni prima del 1.º gennaio 1850, la Legislativa la rimetteva in vigore, avvenendo così che il popolo le dava continuamente la caccia ma, buttatala fuori dalla porta, se la vedeva ricomparire dalla finestra.
L’odio popolare contro la tassa sul vino trova spiegazione nella circostanza che essa concentra in sè tutte le odiosità del sistema tributario francese. Il modo di riscossione ne è odioso, aristocratico il modo di ripartizione, essendo eguali le percentuali dell’imposta pei vini comuni e pei più costosi. Essa aumenta adunque in ragione geometrica della povertà dei consumatori; è un’imposta progressiva alla rovescia. Essa provoca, conseguentemente, il diretto avvelenamento delle classi lavoratrici, quasi premio sull’adulterazione e contraffazione dei vini. Essa diminuisce il consumo, mentre eleva dazî alle porte di tutte le città al disopra di 4000 abitanti, trasformando ciascuna città in un paese straniero con dazî protettivi contro il vino francese. I grandi commercianti di vino, ma più ancora i piccoli, i marchands de vins, le osterie, il cui profitto dipende immediatamente dal consumo del vino, sono altrettanti avversarî illuminati dell’imposta sul vino. E, finalmente, mentre fa diminuire il consumo, l’imposta sul vino toglie alla produzione il mercato di spaccio. Intanto ch’essa sottrae agli operai della città la possibilità di pagare il vino, sottrae ai viticultori la possibilità di venderlo. E la Francia conta una popolazione viticola di circa 12 milioni. Si concepisce quindi l’odio del popolo in generale, si concepisce il fanatismo speciale dei contadini contro l’imposta sul vino. Si aggiunga che, nel suo ripristino, questi non ravvisavano semplicemente un avvenimento isolato, più o meno accidentale. I contadini hanno un genere di tradizione storica loro particolare, che passa per eredità di padre in figlio; ora, in questa scuola storica si andava borbottando che ogni governo, fintanto che vuol ingannare i contadini, promette l’abolizione dell’imposta sul vino e, non appena ingannati i contadini, mantiene oppure rimette in vigore l’imposta sul vino. Nell’imposta sul vino il contadino fa quasi l’assaggio del sapore del governo, della costui tendenza. La ristorazione dell’imposta sul vino al 20 dicembre significava; Luigi Bonaparte è come gli altri; senonchè egli non era come gli altri, ma era una scoperta dei contadini, i quali colle migliaia di firme che coprivano le petizioni contro l’imposta sul vino, venivano a riprendersi i voti dati un anno prima al «nipote di suo zio».
La popolazione della campagna, cioè due buoni terzi dell’intera popolazione francese, è composta in massima parte di proprietarî fondiari così detti liberi. La prima generazione, sollevata gratuitamente dai pesi feudali nella rivoluzione del 1789, non aveva pagato prezzo alcuno per la terra. Ma le generazioni successive pagarono sotto forma di prezzo del terreno ciò, che i loro antenati semi-servi avevano pagato sotto forma di rendita, di decime, di prestazioni personali, ecc. Quanto più da una parte cresceva la popolazione, quanto più dall’altra parte si moltiplicava la divisione della terra, — tanto più rincarì il prezzo dell’appezzamento, che col diventar più piccolo fu più ricercato. Ma nella proporzione in cui s’elevò il prezzo pagato dal contadino per l’appezzamento, sia comperandolo direttamente, sia facendoselo capitalizzare nei conti coi suoi coeredi, nella stessa proporzione s’elevò di necessità l’indebitamento del contadino, ossia l’ipoteca. Il titolo di debito vincolante suolo e sottosuolo chiamasi ipoteca, cedola di pegno sul suolo e sottosuolo. Come sui poderi medioevali s’accumulavano i privilegi, così sui moderni appezzamenti le ipoteche. D’altro canto: nel sistema parcellare, la terra è pei suoi proprietarî un mero stromento di produzione. Ora, nella stessa misura, in cui il suolo e sottosuolo viene suddiviso, ne diminuisce la fertilità. L’applicazione delle macchine sul suolo e sottosuolo, la divisione del lavoro, i grandi mezzi di miglioramento della terra, quali l’impiego di canali scaricatori e d’irrigazione e simili, divengono sempre più impossibili, mentre le spese morte di cultura crescono in eguale proporzione della divisione degli stromenti stessi di produzione. Tutto questo, prescindendo dalla circostanza se il possessore dell’appezzamento possieda o no capitale. Ma, quanto più cresce la divisione, tanto più il podere forma, nel misero inventario, l’unico capitale del contadino parcellario, tanto più viene a cessare il capitale disponibile pel suolo e sottosuolo, tanto più vengono a mancargli terra, danaro e cultura per applicare i progressi dell’agronomia al suo campo, tanto più la cultura delle terre va deperendo. Infine, l’entrata netta diminuisce nell’egual proporzione in cui aumenta il consumo lordo, quando all’intera famiglia del contadino sono precluse altre occupazioni, senza che tuttavia essa ritragga dal possesso del fondo tanto da vivere.
Nella stessa misura, adunque, in cui la popolazione e con essa la divisione del suolo e sottosuolo s’accresce, rincara lo stromento di produzione, la terra, e ne scema la fertilità, decade l’agricoltura ed il contadino s’indebita. E ciò ch’era effetto diventa, a sua volta, causa. Ogni generazione ne lascia dietro a sè un’altra più indebitata, ogni nuova generazione incomincia in condizioni più sfavorevoli e pesanti, l’ipotecamento genera l’ipotecamento, e quando al contadino vien tolta la possibilità d’offrire nel suo appezzamento un pegno per nuovi debiti, cioè d’aggravarlo con nuove ipoteche, è nelle mani dell’usuraio ch’ei cade direttamente e di tanto più enormi diventano gli interessi usurarî.
Così avvenne che il contadino francese, sotto forma d’interessi per le ipoteche vincolanti la terra, sotto forma d’interessi per anticipazioni non ipotecate dall’usuraio, rinunci al capitalista non solo una rendita fondiaria, non solo il profitto industriale, non solo, in una parola, tutto il guadagno netto, ma persino una parte del salario del lavoro, precipitando per tal modo al livello dell’affittaiuolo irlandese, — e tutto ciò sotto pretesto d’essere proprietario privato.
Tale processo venne in Francia accelerato dal sempre crescente peso delle imposte e delle spese giudiziali, richieste in parte direttamente dalle formalità stesse, di cui la legislazione francese circonda la proprietà fondiaria, in parte dagli innumerevoli conflitti che nascono dalla molteplicità e dall’intrico dei confini dei piccoli fondi, in parte dalla smania di litigio dei contadini, presso i quali il godimento della proprietà si riduce alla fanatica constatazione della proprietà apparente, del diritto di proprietà.
Giusta un’esposizione statistica del 1840, il prodotto lordo del suolo e sottosuolo francese importava franchi 5.237.178.000. Ne vanno dedotti 3.552.000.000 fr. per spese di cultura, inclusovi il consumo degli uomini che lavorano. Rimane un prodotto netto di 1.685.178.000 fr., da cui bisogna sottrarre 550 milioni per interessi ipotecarî, 100 milioni per impiegati giudiziarî, 350 milioni per imposte e 107 milioni per diritti di registro, diritti di bollo, tasse ipotecarie, ecc. Rimane la terza parte del prodotto netto, 538 milioni; ripartita per capi sulla popolazione, nemmeno 25 fr. di prodotto netto. In questo calcolo non si trovano naturalmente riportati nè l’interesse extraipotecario, nè le spese per avvocati, ecc.
Si comprende la situazione dei contadini, allorchè la repubblica ebbe aggiunto loro altri nuovi pesi oltre gli antichi. Si vede che il loro sfruttamento differisce dallo sfruttamento del proletariato industriale unicamente quanto alla forma. Lo sfruttatore è il medesimo: il capitale. I singoli capitalisti sfruttano i singoli contadini coll’ipoteca o coll’usura, la classe capitalista sfrutta la classe dei contadini coll’imposta dello Stato. Il titolo di proprietà del contadino è il talismano, con cui il capitale potè fin qui esorcizzarlo, il pretesto col quale esso fin qui l’aizzò contro il proletariato industriale. Non v’ha che la rovina del capitale, che possa far rialzare il contadino; non v’ha che un governo anticapitalista, proletario, che possa spezzarne la miseria economica, la degenerazione sociale. La repubblica costituzionale non è che la dittatura dei suoi sfruttatori riuniti; la repubblica democratico-sociale, la repubblica rossa, questa è la dittatura dei suoi alleati. E la bilancia sale o scende, in proporzione ai voti, che il contadino getta nell’urna elettorale. È a lui medesimo che sta il decidere del suo destino. — Così parlavano i socialisti in opuscoli, in almanacchi, in calendarî, in pubblicazioni d’ogni genere. A rendergli più intelligibile questo linguaggio, vennero gli scritti di confutazione del partito dell’ordine, che alla sua volta si indirizzava a lui e che, colle rozze esagerazioni, col rilievo e l’esposizione brutali degli intendimenti e dei concetti dei socialisti, trovava il tono adatto al contadino, sovreccitandone la cupidigia del frutto proibito. Ma ancor più intelligibile davvero era il linguaggio dell’esperienza fatta dalla classe dei contadini coll’uso del diritto di voto e colle disillusioni, che cadevano sopra di essa, l’una dopo l’altra, con precipitazione rivoluzionaria. Le rivoluzioni sono le locomotive della storia.
Il graduale mutamento dei contadini si manifestò con diversi sintomi. Esso era già apparso nelle elezioni per l’Assemblea legislativa, era apparso nello stato d’assedio dei cinque dipartimenti finitimi a Lione, era apparso qualche mese dopo il 13 giugno nell’elezione d’un montagnardo, al posto del presidente d’allora della Chambre introuvable[3], nel dipartimento della Gironda, era apparso il 20 dicembre 1849 nell’elezione d’un «rosso», al posto d’un deputato legittimista defunto, nel dipartimento del Gard, in questa terra promessa dei legittimisti, teatro delle più orribili infamie contro i repubblicani nel 1794 e 1795, sede centrale del terror bianco del 1815, ove liberali e protestanti erano stati pubblicamente assassinati. Questo «rivoluzionamento» della classe più stazionaria si presenta nel modo più percettibile dopo il ripristino dell’imposta sul vino. Le misure e le leggi del governo durante il gennaio e il febbraio 1850 sono quasi esclusivamente dirette contro i dipartimenti ed i contadini. Qual prova più stringente del progresso di questi ultimi?
Circolare d’Hautpoul, con cui il gendarme veniva nominato inquisitore del prefetto, del sottoprefetto e sovratutto del maire, con cui lo spionaggio veniva organizzato fino nei più nascosti ripostigli dei più remoti comuni rurali; legge contro i maestri di scuola, con cui essi, le capacità, gli oratori, gli educatori e gl’interpreti della classe dei contadini, venivano assoggettati all’arbitrio dei prefetti e con cui essi, i proletarî della classe dei letterati, venivano, a guisa di selvaggina, cacciati da un comune nell’altro; progetto di legge contro i maires, con cui veniva sul loro capo sospesa la spada di Damocle della rivocazione, ed essi, i presidenti dei comuni rurali, venivano posti, ad ogni istante, di fronte al presidente della repubblica ed al partito dell’ordine; ordinanza che trasformò le 17 divisioni militari di Francia in cinque pascialicati e regalò la caserma ed il bivacco ai francesi come «salone nazionale»; legge sull’istruzione, con cui il partito dell’ordine proclamò l’incoscienza ed il violento imbecillimento della Francia quale condizione della sua vita sotto il regime del suffragio universale, — che cos’erano tutte queste leggi e misure? Tentativi disperati di riconquistare i dipartimenti ed i contadini al partito dell’ordine.