[XIX.]

Sopra questo olifante era lo re Anibal, quando elli uscì fuore di questo palude e di queste gravose vie. Allora perdè lo re Anibal uno occhio, il quale di prima avea molto infermo, che per lo grande travaglio e per la grande freddura l'iscì fuore della testa; ma non di meno per tutte queste sciagure non lassò che non cavalcasse là ov'elli sapea che Flammineo lo consolo era con sua gente, la quale era in loro tende, e sì tosto com'elli s'appressimò, elli fece sonare suoi corni e sue trombette e sue genti armare e ordinare per schiere; e così fece Flammineo lo consolo, che molto avea con lui gran gente appiè e a cavallo. Questa battaglia cominciò sopra 'l lago di Trasimeno, e sappiate che tutto ciò fece fare lo re Anibal a pensato, per mettare più tosto li Romani in isconfitta e a perdizione. Là cominciò tra queste genti gran battaglia e orribile e maravigliosa e piena di grievi affanni e dolore. Lo re Anibal, che molto sapea d'ingegno e di malizia, fece sue schiere ritrare verso le tende, perciò che volea li Romani mettare verso il lago, sicchè non potessero in nulla maniera da nulla parte tornare a fortezza nè a sussidio veruno, se non si mettessero in forti poggi, ove fussero certi che perdarebbero la vita tosto, nè scampare non potrebbero in nulla maniera. Allora s'appressaro sì che delle lancie e delle spade si potevano ferire e danneggiare l'uno l'altro.


[XX.]

Allora vi dico che non lassaro per niente che non s'andassero a ferire l'uno l'altro e uccidare senza nissuno risparmio; là volavano dardi e saette, che l'uni e l'altri traevano sì spessamente più che la piova che cade da cielo; e bene sappiate che là lo' fece molto bene lo consolo Flammineo e li altri Romani che là erano, che difendevano loro e loro terre valentemente, ma poco lo' valse alla fine, chè vi fu morto lo consolo Flammineo, buono cavaliere e savio e pieno di gran prodezza e di grande ardimento. E bene sappiate che poi che fu morto, si difendero sì duramente li Romani come ardita gente e forte, sì che tolsero la vita a più di mille di quelli dello re Anibal. Là fu la battaglia sì orribile e sì grande, che le storie raccontiano, che quella contrada in quello tempo tremò sì forte, che molte case e difizii caddero per terra, e più montagne avallare giuso; e sappiate ch'e fiumi lassaro loro corso e tornarono addietro tanto quanto lo tremuoto bastò, ma di tutto ciò non sentivano niente coloro che combattevano, tanto attendevano l'uno l'altro a uccidare; e là furo tutti sconfitti li Romani, senza che, siccome io v'ô detto, lo consolo Flammineo, che tanto era pro' e ardito e pieno di grande virtù, vi fu morto, e con lui vinticinque migliaia di sua gente, e se' miglia presi, e quagli non perdero allora la vita, anzi li fece lo re Anibal mettare in prigioni, e mandonne in Cartaggine tutto l'avere e la gran preda, ch'avevano guadagnata della battaglia.


[XXI.]

Così fu lo consolo Flammineo morto e sua gente altresì tutta vinta, ma li Romani che gran dolore facevano, mandarono lo consolo Fabio Manlio incontra lo re Anibal, sì che poco lo' valse, fuor ch'elli stroppiò allo re Anibal l'andare di Puglia, lo quale paese li Romani avevano pressochè tutto preso, come gente piena di forza e d'ardimento, ed Anibal li volea rimettare nella signoria di Cartaggine, la quale cosa molto desiderava. Ma sappiate che nella fine fu Fabio Manlio sconfitto, e sua gente venta e messa a destruzione. Allora se n'andò Anibal in Puglia per la contrada prendare e mettare in sua signoria, e tanto cavalcò che vi giunse. Ine avea molte terre piene di molti beni, siccome appare ancora, e sappiate che là fu molto lo re Anibal ad agio e tutta sua gente, e molto erano lieti per le grandi strette che avevano aute.


[XXII.]