Uno consolo che aveva nome Varro, si fuggì con cinquanta cavalieri verso Morinde, quando vidde che tutta sua cavallaria fu venta e morta, e di ciò non siate in dottanza, che quello dì non fu l'ultimo della battaglia, chè sappiate che se lo re Anibal n'avesse auto o uno o due più, l'onore e la podestà di Roma era al tutto perduta senza potere ricoverare; e sappiate che se lo re Anibal, ch'era molto buono cavaliere e pro', fusse andato dritto a Roma quando ebbe la battaglia venta, l'arebbe presa senza contradizione nissuna; ma elli non fece niente così, perciò che non se ne accorse, e altri non può essere d'ogni cosa appensato, ma sappiate che lui fece ine dimoro molto gran prezzo e molto longo tempo. Poi fece un'altra cosa, che fece tutto il campo cercare per sua gente cognosciare da' Romani, imperò che li voleva fare sotterrare e onorare secondo l'usanza del paese; e quando ebbe ciò fatto, elli fece prendare tutti li corpi de' suoi uomini ch'erano morti, e sì li fece ardare e mettare in cenare, chè cotale era il costume del paese a quel tempo. E quando tutto ciò fu fatto, lo re Anibal fece trarre tutte l'anella del dito a' Romani, e sappiate che quelli che portavano anello in dito, erano e più alti uomini di Roma, e quali uomini erano stati morti nella battaglia; e sì li fece tutti ragunare insieme, e poi li fece misurare con dritta misura, e mandonne in Cartaggine tre mine e più in testimonio della gran vittoria ch'avevano auta contra a' Romani, e in tale maniera vi furo portati per buoni messaggi che Anibal vi mandò; e quando quelli di Cartaggine viddero queste cose e questo bel presento[29], ne furo sì lieti e sì gioiosi, che ciò fu maraviglia, imperò che non potevano credare di potere avere vittoria contra sì forte gente, come erano li Romani.


[XXVI.]

Ora sappiate ch'e Romani ch'erano a Roma a quel tempo, caddero allora in sì grande disperazione, che nullo il potrebbe dire, perciò ch'egli erano così sconfitti e vinti da Anibal, e furo in sì gran confusione, ch'e senatori ebbero gran volontà di lassare la città di Roma e tutta la terra di Italia, e d'andare a trovare altre terre e altre contrade stranie, ove potessero abitare più comodamente, imperò ch'egli erano in sì gran sospezione, che credevano tutti essere morti e distrutti in picciolo tempo, e none aspettavano aiuto nè soccorso da persona del mondo. Queste cose e parlamento disse primamente Cecilio Metello, uno de' maggiori consoli di Roma, e così tutti li altri l'avarebbero volentieri fatto e consentito, e sì avarebbero la città tutta vota, se non fusse uno savio uomo che là era, che aveva nome Cornellio Scipio, ed era allora conestabile della cavallaria, il quale fu poi chiamato Scipio Affricano. Costui trasse la spada fuore tutta innuda dinanzi a coloro ch'erano al conseglio, e disse una parola di molta fierezza e di gran prodezza, che disse che innanzi che lassasse la città di Roma, elli tutto solo combattarebbe con tutti suoi nemici e la difendarebbe da tutti, malgrado dello re Anibal e de' suoi, nè ellino non fussero sì arditi che lassassero la signoria di Roma, ma fussero tutti prod'uomini e leali; e sì difendarebbero molto bene a loro podere loro paese e loro contrada, e non facessero sì che di loro andasse mala fama in altrui paese, che troppo grande ontia e troppo grande malvagità sarebbe, ma fussero di buono cuore tanto come vivessero, e sì guardassero bene loro onore e loro franchigia e loro drittura, chè ciò dovevano bene fare; e tutti li valenti uomini e quelli che savi erano, non dovevano niente tanto dottare la morte, che n'avessero ontia e disonore, imperò che non avevano a morire più ch'una volta, e meglio lo' veniva di morire a onore che di vivare in viltà. Per queste parole e per più altre che Scipio disse, e per lo grande tremore di lui tornaro li Romani in buona speranza, e furo tutti rassicurati come coloro ch'erano tutti sbigottiti, e poi presero cuore e ardimento per le parole dì Scipio.


[XXVII.]

Allora e in quello tempo ch'e Romani erano sì intrapresi, li principi e tutti li maggiori della città furono insieme; infra loro era uno giovano uomo, che Junio era chiamato, il quale era molto alto uomo e pro e ardito e di molto grande scienza. Questo Junio ragunò tanti giovani insieme d'età di diciesette anni e di meno, infra li quali non era nissuno che passasse diciesette anni per quello ch'altri sapesse, e di questi giovani ne ragunò tanti quanti ne potè avere, e quando gli ebbe, tutti ragunati, egli gli fece tutti cavalieri per lo bisogno che allora era in Roma; e quando ebbe ciò fatto, elli fece contiare tutta sua gente e cavalleria, e si trovarono quattro legioni tutti armati. Erano ciascuna legione sei milia sei cento sessantasei cavalieri, siccome io v'ô detto altra fiata; tanti cavalieri erano allora a Roma di rimanente, e sì erano tutti giovanotti, che none dovevano essere cavalieri da inde a buon tempo. Allora pensò Junio un'altra cosa, che tutti e servi ch'erano grossi e membruti e di bella forma, fussero franchi e tutti cavalieri, e così fu fatto, come elli divisò.


[XXVIII.]