Allora era Roma in grande stretta, quando lo' conveniva fare cavalieri de' servi e de' giovani per loro difendare, e molti ve ne furo, a cui falliro e l'armi per armarsi nel tempio di Jano, che tutto ne soleva essare pieno; ma allora lo' convenne andare agli altri tempii per lo bisogno, per gli scudi e per l'arme, che gli alti uomini v'avevano messe per loro Iddii onorare, in cui avevano fidanza, e col mancamento dell'arme, che nella città era sì grande, fallivano l'altre ricchezze e l'avere, del quale solevano tanto avere in comune, che tutto loro bisogno ne facevano; ma ora erano tutte spese e andate a niente, onde era molto grande dannaggio, che tutto era speso per le crudeli battaglie ch'eglino avevano auto; ma allora ragunaro insieme tutto l'avere che avevano e ricchi uomini e povari, per difendare la città da' loro nemici. Junio, che di tutta la città aveva la cura e la signoria per lo senno e per la bontà che in lui era, comandò per accresciare sua forza e suo aiuto, che tutti li sbanditi della città o contado, per qualunche cosa si fusse, tornassero sicuramente in Roma, sapendo che tutti sarebbero fatti cavalieri dal comune di Roma. Quando queste novelle furono sparte per lo paese, e coloro ch'erano sbanditi l'udirò dire, ellino si ragunaro insieme e vennero tutti a Roma, che furono bene otto milia, e furono fatti cavalieri per la città difendare e guardare.
[XXIX.]
Intanto tutta Campagnia e tutta Italia si rendè allo re Anibal, imperò che disperati erano ch'e Romani mai potessero avere onore o signoria, e rendersegli città e castella e ville, e sottomissersi alla sua signoria del tutto, e anco in quello tempo li Gallici assembrarono gente per andare contra a' Romani. Contra a costoro fu mandato Lucio Ponponio, che consolo era allora, ma male ne li avvenne allora, perciò che lui e sua gente furono sconfitti e morti, e pochi ne tornarono addietro. Così avvenia allora a' Romani e cresceva loro male di dì in dì, e sì erano sbigottiti, che non sapevano che si fare; ed allora erano consoli di Roma Sempronio Gaio e Quinto Fabio[30]. Per lo conseglio di costoro fu mandato Marcello contra lo re Anibal, chè tutto lo regno di Puglia e di Calavria e di Italia e di Campagnia ubbidivano a lui, e facevano sue comandamenta. Questo Marcello Claudio ch'era consolo, andò tanto lui e sua gente, ch'elli assalse lo re Anibal e sua oste a uno stretto d'una riviera, dov'elli doveva passare l'altro dì, ed ine l'assalse Marcello, e da più parti fece gridare Roma e sonare trombe e corni, d'ond'elli sbigottì molto lui e sua gente duramente per lo grande romore e per lo grande grido; e sappiate che là fu gran parte della gente dello re Anibal sconfitta e distrutta, imperò che di niuna persona dubitavano, nè di questo incontro non prendevano guardia; e sì tosto come lo consolo si potè partire, elli si trasse addietro col grande guadagno ch'elli aveva fatto, e lo re Anibal, che passati avevano l'acqua, s'attendaro dolenti e corrucciosi di questa sconfitta; e queste novelle furo tosto sapute a Roma, d'onde gran gioia fu fatta, chè non potevano credare che nullo potesse danneggiare lo re Anibal; ma Claudio Marcello lo danneggiò molto duramente e gravò. Ma infra li mali, grandi avventure e grandi pericoli, ove li Romani erano, fu Claudio Marcello lo primo che lo' donasse speranza di potere lo re Anibal sormontare e vinciare.
[XXX.]
Allora mandò lo re Filippo di Macedonia suoi messaggi allo re Anibal, e sì li mandò a dire ch'elli mandarebbe aiuto di buoni cavalieri e d'altra gente incontro a' Romani per tale condizione, che quando elli avesse Roma distrutta, che lui l'aitarebbe contra i Greci, che molto il guerreggiavano. Li messaggi di Macedonia cavalcaro tanto per loro giornate, che per avventura incontraro li Romani per la via, e allora furono presi e menati a Roma, e sì li menaro dinanzi a' senatori ed a' consoli per sapere e domandare la verità del fatto di ciò che cercavano collo re Anibal, e che novelle e' portavano, e sì tosto come li messaggi furono dinanzi a' senatori, sì lo' convenne dire, volessero o no, tutta la certezza del fatto; e sì tosto come li senatori e consoli ne seppero la verità, ellino mandarono in Macedonia Valerio Nimio[31] consolo per combattere co' Macedoni, sì che fussero ingombrati in tale maniera, che allo re Anibal non potessero dare aiuto nè soccorso.