In quello tempo li senatori e popolo di Roma elessero li due Scipioni, che andassero in Ispagna contra Astrubal fratello dello re Anibal, che là era. Questi due Scipioni andaro tanto, che condussero loro genti in Ispagna contro allo re Astrubal, che là era rimaso, per acquistare lo reame. Là furo molto grandi battaglie infra li Romani e li Poonii, de' quali Astrubal era signore; e sappiate ch'e Romani fecero molto bene in quella battaglia, ch'ellino sconfissero lo re Astrubal e tutta sua gente, de' quali fecero molto grande dannaggio e molta grande perdizione, che sì come Eutropio conta e Orosio lo testimonia, ch'egli uccisero e presero bene vinticinque milia d'uomini; e sì lo danneggiaro ancora in altra maniera, ch'io vi dirò, ch'e Cartaginesi avevano soldati li Tiberieni, una gente molto ardita e molto cavallerosa[32]. Costoro soldaro li Romani e tolserli a' loro nemici; ma quelli di Cartagine mandarono ad Astrubal dodici milia di pedoni e quattro milia cavalieri, e sì li mandaro venti olifanti per accresciare sua forza, e ancora mandaro molta di loro gente nell'isola di Sardegna. Contra costoro mandaro li Romani Manlio Torquato consolo per combattare contra a loro, imperò ch'e Romani avevano lassati per lo re Anibal, a cui s'erano dati.


[XXXII.]

Così come voi avete udito, erano li Romani caricati in quattro parti di gravi e crudeli battaglie: l'una contra lo re Anibal in Italia, che troppo l'era presso, l'altra in Macedonia contra lo re Filippo, l'altra in Ispagna contra Astrubal, la quarta in nella terra di Sardegna; e bene sappiate che tutte queste genti, che in queste quattro parti erano, se fossero tutte insieme contra lo re Anibal, si credarebbero avere poca gente per loro soccorrare ed aitare, e ciò era grande maraviglia come potevano tanto durare; ma sappiate che troppo andò la cosa peggio che non credevano, che Manlio Torquato, che fu mandato in Sardegna, sconfisse li Cartagginesi, ed uccise di loro genti dodici migliaia d'uomini, e sì ne prese bene due milia, e mandolli a Roma colla preda e collo acquisto ch'egli aveva fatto, e così vinse lo consolo Junio li Macedoni, ch'erano molto forte gente e molto ardita, e sì conquistò molta preda e molto avere; e Claudio Marcello, che molto era nobile cavaliere e pro, sì prese a molta gran pena la città di Serragozza e la terra di Sicilia, che molto era diviziosa terra e piena di tutti beni, la quale aveva per altre volte assediata, ed alla prima fiata che l'assediò, nolla potè prendare in nulla maniera, nè per ingegno che sapesse fare o pensare, sì vigorosamente la difendeva Archimede, ch'era cittadino della città, che per suo senno e per sua forza distruggea tutti l'ingegni, ch'e Romani facevano per la città prendare. Ma altri non die sua matera tralassare se non il meno che può; perciò vi dirò dello re Anibal, per seguitare la storia che io v'ô cominciata, e sappiate che mai in vita vostra non udirete parlare di più vera storia, nè ove abbia meno falsità e bugie; e per meglio dire la verità, ve la contio senza nulla rima, onde è più da credare e da pregiare.


[XXXIII.]

Il decimo anno che lo re Anibal era venuto in Italia, allora erano consoli di Roma Gaio Fulvio e Pubblio Supplizio[33], grandi signori e molto valenti, e bene sappiate ch'e' dottavano poco lo re Anibal e tutto suo potere; ed in quello tempo mosse lo re Anibal tutta sua oste di Campagnia, ov'elli avea molto soggiornato, e venne presso a Roma ad una lega e mezzo, e là s'attendò con tutta sua gente, che molto era grande e bella, e alloggioro in sulla riviera del Tevare, e allora corsero li scorridori infino alla città, ove le genti erano molto spaventate, che alla fine credevano essere tutti morti o presi. Li senatori e li alti baroni di Roma e tutto l'altro popolo, che là entro erano, stavano in molta gran sospezione della città guardare e difendare, e di procacciare dardi e saette e altre armi difendevoli; e spezialmente l'alte donne di Roma erano duramente spaventate e sbigottite, che per la gran paura ch'aveano, parea che fussero fuore di loro sentimento; ed appresso sì corrivano suso per le mura e per le bertesche di Roma, ch'erano cariche di pietre e di lancie e di balestre, d'onde primamente volevano difendare la città, s'ella fusse assalita.


[XXXIV.]

Mentre ch'e Romani erano sì duramente sbigottiti, lo re Anibal fece tutta sua gente armare e sua cavallaria, e sì cavalcò primamente nella fronte dinanzi Anibal con molta gran parte di sua eletta cavallaria, e non finò per infine tanto che venne presso alla città orgogliosamente e fieramente, imperò ch'elli credette avere senza indugio la città, e non credette niente che si potessero longamente tenere contra a lui; ma quando giunse là, e vidde che le porti non gli erano aperte, e vidde che coloro delle mura li gittavano pietre e dardi e saette, sappiate che n'ebbe grande ira, e perciò fece sua gente ordinare e schierare a battaglia, ed appresso fece fare ingegni per le mura assalire; ma quando li senatori e li alti uomini viddero ciò, ellino parlarono insieme, e dissero che meglio lo' venia d'uscire della città e combattare collo re Anibal, che stare dentro alla difesa della città, e meglio lo' venia di morire ad onore in difensione di loro paese e di loro contrada, che essare presi per forza dentro alle mura e menati in servaggio.