[LVIII.]

Quando tutte le genti d'Affrica furo tutte assembrate, ellino cavalcaro tanto, che vennero in quella parte, ove Scipio li aveva dinanzi sconfitti di notte, e tantosto furo le battaglie ordinate e divisate d'una parte e d'altra; e sì tosto come s'aggionsero insieme, missero mano alle spade, e cominciarono la battaglia, traendosi sangue da tutte parti, e tagliandosi braccia, teste e tutte altre membra, tanto che de' morti era tutta la terra ingioncata e coverta. Alla fine li Romani ebbero la vittoria, però che lo consolo Scipio s'abbandonava in quella parte e in qualunque pressa vedeva maggiore per loro confondare e rempare, e Lenio[40] e Massimo e li altri consoli Romani pregiati d'arme e buoni pedoni e la buona cavallaria li menaro tanto alle spade taglienti, che li cacciaro del campo sconfitti e venti senza nulla speranza di tornare addietro. Là fu preso lo re de' Mirmidieni, e sì lo prese Lenio, che 'l gionse quando fuggiva sopra uno destriere d'Affrica, e li altri che camparo, fuggiro tanto che entraro nella ricca città d'Aguarento[41]; e come furo dentro, chiusero le porti e fornirono le mura e le difese d'armadure per difendare la città, e Lenio l'incalciò e tanto menò gran forza di gente, che gli assediò, e tanto assaliro le mura e le porti, che le ruppero. E quando quelli della città viddero che non si potevano più tenere, si arrendero salve le persone.


[LIX.]

Sì tosto come la città fa arrenduta, Massimo fece prendare li alti baroni della città e lo re de' Mirmidieni tutto incatenato, e si lo menò a Scipio che la battaglia aveva venta, e sì aveva morto lo duca de' Poonii e presi molti altri uomini. Sì tosto come Scipio vidde lo re dinanzi da lui, egli il dè in guardia a Lenio, e tutti li altri prigioni altresì, e tutto il guadagno che aveva fatto nella città ed in Affrica, fe menare a Roma per dimostranza della vittoria. Lenio andò tanto per mare e per terra con tanti prigioni ed avere, che appena si potrebbe contiare, che venne a Roma e presentò a' sanatori e popolo di Roma da parte di Scipio e prigioni e le grandi ricchezze.


[LX.]

Per questa novella, che tosto fu saputa e sparta per tutta Italia, lassò Anibal tutte le città e castella della contrada, e trassene fuore sue guardie e suoi uomini. In questo tanto ebbero quelli di Cartaggine sì grande paura di Scipio, che conquistava il regno d'Affrica per forza, che mandaro allo re Anibal imbasciata che tornasse il più presto che potesse in Cartaggine per soccorrire la città e tutto lo reame, ch'e Romani distruggevano per loro potenzia. Quando lo re Anibal udì così parlare li messaggi, e seppe certamente che li conveniva tornare addietro, elli cominciò a piangiare, perciò che lassava il regno di Italia e Roma, innanzi che l'avesse conquistato, e tantosto fece suo navilio apparecchiare; e quando fu tempo d'entrare in mare, elli fece torre suo avere e mettarlo nelle navi, e tutti li cavalieri della contrada rimasero, che di loro grado nol volevano seguitare; e sì tosto come sua gente fu entrata in mare, fece l'àncora levare e andò via. E così fu deliberata Italia dallo re Anibal, che v'era stato dieciotto anni, e alle genti d'Italia aveva fatto sofferire molta pena e molto travaglio, siccome voi avete udito e inteso; e sì tosto come quelli delle fortezze viddero e intesero che Anibal s'era partito, sì si ritornare alla divozione del popolo romano.