E così cominciare le parole tra' nobili principi, e quali erano da tutti li altri guardati a gran maraviglia, e scoltavano le parole de' due principi. Quando ebbero parlato assai di ciò e d'altre cose, si parlò lo re Anibal, che più fiate era stato sconfitto in battaglia, sì pensò le sciagure che possono intervenire, e perciò parlò primamente di pace a Scipio, siccome Eutropio dice; ma lo consolo Scipio non ne volse niente fare, se non per tale condizione, che Cartaggine rendesse a' Romani ora al presente cinque milia pesi d'argento e mille libre d'oro per la pace e per la triegua che fra loro era, la quale l'avevano rotta e spezzata. Questi patti spiacquero molto allo re Anibal ed a' Cartagginesi, e dissero che innanzi si combattarebbero co' Romani, che questi patti facessero; ed allora si partiro e Romani e Cartagginesi, e quali molto s'odiavano, e procacciaro di combattare senza dimoranza. E poi ch'e prencipi furo tornati a' loro alberghi, non fu poi nessuno dì che none assembrassero loro gente, e che none ammaestrassero di ben fare, siccome per tutto guadagnare o per tutto perdare e vita e avere e donne e figliuoli e onore.


[LXVII.]

Quando tutte loro genti furo assembrate, ellino s'attendaro più presso che potero l'uno all'altro, e li due prencipi, e quali erano coraggiosi e fieri, avevano messo tutto loro ingegno e avere in gente ragunare per avere la vittoria; e sì tosto com'ebbero ciò fatto, ellino non si indugiaro più che non si assembrassero, che molto lo' parea all'uno e all'altro che si tardasse la battaglia, tanto erano desiderosi di combattare. Quelli due che prima s'assembrassero in su ricchi destrieri dinanzi a tutte le schiere bene una balestrata, si fu Scipio ed Anibal, che duramente si feriro in sulli scudi dorati, e quali spezzare, e ruppero le lancio sugli sberghi doppi che non ne smagaro niente, nè niuno de' due baroni cadde del destriere, anzi passare oltre e misserò mano alle spade per combattare con coloro che lo' venivano alla rincontra a grande ardire. Per questa giostra furo molti cavalieri morti ed abbattuti, de' quali e cavalli fuggivano per lo campo; e quando le genti appiei assembraro a quelli da cavallo, allora fu grande dolore di sbudellare cavagli ed abbattere de' cavalieri, e quelli che non si potevano levare, giacevano a terra; e sì avareste da mille parti udito sgridare l'uno Cartaggine e l'altro Roma con sì alte voci, che tutta la contrada ne rinsonava. Tre volte avvenne che Anibal e Scipio combattero a corpo a corpo colle spade nude, e tagliarsi li scudi innorati onde si coprivano, e tre volte li partì la pressa de' loro cavalieri che si mettevano tra loro, e poco si poteva sapere chi n'avesse il meglio; e quando le prime schiere di Scipio si missero infra li alifanti, che quelli di Cartaggine avevano menati, in quella parte Scipio si trasse colla forza de' Romani, chè coloro delle castella che gli olifanti portavano, facevano di loro uomini molto crudele dannaggio; ma poi che gli cominciaro a uccidare, eglino gli fecero tutti tornare addietro, sicchè nullo ne potevano fare ritornare alla battaglia di quelli che feriti erano e che fuggire potevano.


[LXVIII.]

Alla fine furo sconfitti li Cartagginesi ed Anibal altresì, che tanto si tenne nello stormo, che non v'erano più che venti cavalieri di rimanente, e non fuggiva, però che ontia li pareva di fuggire. E vinti difendevano loro signore, che non volevano fare dislealtà nè fellonia; e tanto dimorò Anibal, che nolli rimasero più che quattro cavalieri, e con questi quattro cavalieri si partì Anibal tristo e corruccioso, perciò che non vi poteva più dimorare; e sì se ne venne fuggendo ad Adrumento sua città per campare sua vita, e d'inde n'andò in Cartaggine, ove elli non era mai entrato in ventisei anni ch'erano passati, che se ne partì la prima volta collo re Amilcar suo padre. Intanto li Romani che la vittoria avevano auta, si trassero a' padiglioni dello re Anibal, ove trovarono duecento miglia di grossi d'argento e grande quantità d'oro e tante altre ricchezze, che non si potrebbe dire nè contiare. In quella battaglia furono morti quaranta migliaia di Cartagginesi e cinque milia presi, e ottanta olifanti tra presi e morti.

Intanto ch'e Romani ragunavano loro guadagno e loro prede, che seppellivano loro uomini morti secondo loro costume e loro usanza, Anibal ch'era in Cartaggine, ove grande dolore era fatto, parlò co' baroni e colli alti uomini di Cartaggine, e disse che neuno altro rimedio era, che di fare pace co' Romani, acciò che la città non fusse distratta nè confusa. E baroni e altri uomini di Cartaggine, che viddero e cognobbero che altrimenti non poteva essare, richiesero pace a Scipio, siccome avevano dinanzi divisato, e Scipio il consentì di volontà de' consoli e de' senatori, a cui mandò suoi messaggi, e ferma triegua fu fatta per cinquanta dì, tanto ch'e messaggi potessero andare e tornare.


[LXIX.]