"I più posseditor faccia più ricchi

"Di sé, che se da pochi è posseduto?"

Vi sono però alcuni amatori di archeologia, che fanno caso di certe lautezze, e gridano a lor talento, che molte e molte varietà si omisero nella prima edizione, da loro possedute: a questi io dirò che le variazioni accadute per falli di conio, per pulimenti avvenuti dopo le prime impressioni o per mutazione dei massari, non alterando la storica narrazione, non furono da me calcolate, non trascurandone però alcune che potrebbero dare un vario senso alle epigrafi espresse.

Una parte delle rendite dal Governo assegnata alla dignità ducale dalla cacciagione e dalla pesca nelle circonvicine valli ritraevasi, quindi fino dall'anno 1275 il Consiglio Maggiore decretato aveva, che a cadauno de' suoi membri il dono di cinque uccelli di valle nel mese di dicembre dal Doge si facesse. Di quale specie questi uccellami fossero, non bene gli ornitologi nelle opinioni loro convennero, e sembra solo che dai cronisti si spiegasse, che il valsente di questa regalia di mezza redonda di oro fosse. Il decreto però non fa parola che del valore di un quarto di ducato d'oro, e dalle memorie della Zecca si sa che questa moneta fino dalla sua istituzione avea di peggio 60, pesava grani 480, avea di fino grani 470 5/8 ed era valutata soldi trentuno, ch'era appunto il valore appropriato al quarto di ducato d'oro, che s'incominciò a coniare nel 1517 sotto l'antecessore Doge Leonardo Loredano. Benché il decreto del Veneziano Governo la natura di questi uccelli non istabilisca, alcuni fra' cronisti soggiungono, che femmine esser dovessero coi calzari rossi, e quindi a buon diritto presupponendo che il dono del capo della repubblica dovesse essere composto dal migliore selvaggiume che nelle lagune nostre si pigliasse, e questo calzato di rosso, si dee conchiudere che i soli mazzorini, dal Linneo nel suo Sistema della natura chiamati [I[anas-boschas]I], il presente costituissero. Nel codice antico [I[Publicorum]I] sono ricordati come i migliori uccelli da valle i mazzorini femmine dai piedi rossi: [I[De bonis aucellis majoribus russis pedibus]I] ([I[Sententiae n.° LXX]I]), e nella promissione ducale del Doge Pietro Loredano all'anno 1567 si nominano [I[bonarum aucellarum magnarum]I]. Riconosciutosi però, nella serie successiva degli anni, che nell'autunnale stagione, le burrasche e l'aggiramento variato de' venti imperversando, il più delle volte impedivano, che la cacciagione così fortunata riuscisse da poter raccogliere tanto numero di uccelli, quanto era d'uopo per l'annuo regalo del Doge, a' ventotto di giugno dell'anno 1521 nella sede vacante lasciata da Leonardo Loredano dal Consiglio Maggiore si prese il partito e la deliberazione, [I[che in luogo degli uccelli, che cadaun gentiluomo nostro aver suole dal Principe, per l'avvenire aver debba una moneta della forma che parerà alla Signoria nostra, che sia di valuta di un quarto di ducato, e li Camerlenghi del Comune siano obbligati delli denari deputati al Principe di dare agli Officiali nostri delle ragioni vecchie quella somma fissata per detta regalia, da essere distribuita alli nobili nostri nel tempo, modo e forma, come osservare solevasi nella dispensazione degli uccelli]I]. Ecco la derivazione del nome di questa moneta, ed ecco la epoca certa della sua origine.

Il Prevosto Lodovico Antonio Muratori, nella sua dissertazione ventesimasettima, dà il nome di Osella ad una moneta di Andrea Vendramin del 1476 al n.° XVIII, che non è che una moneta comune, del valore di soldi venti, con la inscrizione [I[Jesus Christus Tibi soli gloria]I], e crede pure che sia un'Osella la lira nuova di Cristoforo Moro al n.° XXIII, la quale altro non era se non una novità introdotta nel conio delle lire, novità che fu susseguitata anche dal Doge Nicolò Tron, ma che fu poi tolta da un decreto del Maggior Consiglio vacante ducatu all'anno 1473, 11 agosto, con queste parole: [I[Ad Capitulum XI de moneta auri et argenti tenenda in culmine addatur, quod in omni sorte monetae, quae fiant in Zecca Nostra, imago Ducis fiat flexis genibus ante imaginem Sancti Marci in illa forma, quae imago ipsius Ducis est posita super ducatum, nec imago Ducis in moneta nostra fieri possit per istud M. C. declaretur. Soldini autem et ceterae monetae stampetur cum consuetis figuris. (Promissio ducalis)]I].

Potrebbe forse taluno desiderare, che alcune parole si impiegassero nel render conto nell'arte dai nostri incisori adoperata nella fabbricazione di queste medaglie. Tali però essi fino dal suo principio si dimostrarono da non farne alcun calcolo per la storia dell'arte dell'incisione, ed anzi sembra che molti quella trascuranza vi ponessero, che nel conio delle monete in corso adoperavano. Quindi le imagini vi sono piuttosto schiacciate, che incise; nessuna varietà nei lavori, ed in conseguenza nissuno effetto; i tratti della fisionomia e le fattezze del volto sono senza verità e senza grazia; la bocca è segnata per mezzo di una linea retta, e tutto insieme il disegno alcun poco grecizzando, non dimostra che la decadenza dell'arte, la quale tanto si era dagli antichi modelli discostata. È bensì vero che al tempo di Andrea Gritti certo Vettor Gambello o Camello intagliatore fioriva, del quale si fa parola dal fu Bibliotecario Cav. Giacopo Morelli nella notizia di opere di disegno del secolo XVI esistenti in Cremona, in Padova ecc., e nel Museo Gradenigo si conservava una piccola medaglia bellissima, nella quale era la di lui effigie colla leggenda [I[Victor Camelius sui ipsius effigiator MDVIII]I], siccome pure dal Zanetti nella sua memoria sulla origine di alcune arti principali appresso i Veneziani è detto d'una medaglia di Marco Sesto, che mostra di essere coniata nell'anno 1393. Quelle medaglie però che più a' tempi nostri si avvicinano, deposta l'antica rozzezza, offrono maggiore interesse dal lato della composizione e minore goffezza de' tempi bassi nella esecuzione. Devesi pur anco riconoscere, che le lettere, conservando quasi l'antica purezza del romano carattere, sono espresse chiare ed intelligibili, e non quali s'incontrano negli altri stati d'Italia, nei quali le stesse forme degli alfabeti sempre più trascurate si veggono nelle inscrizioni e leggende, o quali furono imaginate dall'autore delle antiche memorie delle monete veneziane, nelle quali niun segno alfabetico si riconosce.

Prima però di entrare nella illustrazione delle Oselle sembrami utile di fare una dichiarazione generale di que' segni che in esse impressi negli eserghi si veggono. Abbiamo dal Conte Carli nella sua opera delle Zecche, che ne' diversi stati d'Italia, allorché i principi si prevalevano del diritto della moneta, davano ad impresa la fabbrica del loro argento da monetarsi. Gl'impresarii, mastri di zecca appellavansi; questi duravano nel ministero uno o due anni, e più o meno a norma delle contrattazioni, e nelle monete le loro iniziali ponevano a guarentigia della buona qualità loro. Non cosi nella Repubblica di Venezia facevasi, ove l'azienda della Zecca per amministrazione maneggiavasi, e di essa un magistrato cura e governo teneva. Si legge infatti, che fino dall'anno 1269 erano già instituiti gli uffiziali all'argento, che in appresso massari s'intitolavano, i quali de' fatti tutti, che la monetazione dell'argento risguardavano, occupavansi. La nomina di questo magistrato dall'autorità del Consiglio Maggiore proveniva. Ne' tempi posteriori la materia della monetazione affidata venne al Senato il quale una nuova magistratura creò col titolo di Provveditori di Zecca. Gli antichi massari continuarono tuttavia quasi senz'alcuna autorità, perciocché subordinati a questa senatoria magistratura. Siccome però eglino erano dal Maggior Consiglio prescelti, così ad essi la prerogativa di firmare le monete d'argento con le iniziali del più anziano fra loro venne conservata, prerogativa la quale alcune volte si omise, senza però che da alcun decreto sia stato in contrario stabilito. Vedrassi quindi successivamente, che quasi ad ogni Osella nelle incise sigle si riconoscono i nomi dei massari di Zecca dell'argento, sotto i quali esse furono coniate. I massari percepivano ad ogni marca di argento bollato quattro piccoli per ciascuno oltre al mensuale assegno di ducati settanta. Questa magistratura era coperta da due nobili, che s'intitolavano massari all'argento, ed altra ve n'era di massari all'oro, e due anni nella magistratura duravano; alcune volte però accadeva, che all'epoca della fabbricazione delle Oselle si cangiasse l'individuo nel magistrato, ed ecco perché in alcune si trovano le sigle variate da quelle che si riportano nelle presenti illustrazioni.

Vogliono alcuni, che debbasi la serie delle Oselle incominciare da un getto di bronzo, senza indicazione di nome alcuno di Doge, quasi alle altre modello; su di che non conviene il succitato Co. Carli, il quale lo giudica piuttosto una delle monete, che dai Dogi nel giorno della incoronazione distribuivansi, il che non sembra probabile, mancando il nome dell'eletto. Ciò non ostante, a soddisfazione di alcuni, ho fatto da prima incidere questo getto senza nome alcuno di Doge (Tav. I). Rappresenta esso nel diritto la Vergine seduta coronata dal divin Figliuolo, che, seduto egli pure, ed egualmente coronato, tiene nella sinistra mano lo scettro, e sulla soglia de' troni siedono due Angioletti, e dall'alto si vede la colomba, e sei teste di Cherubini, ed intorno il motto [SC[REDENTORI]SC] ([I[sic]I]) [SC[MUNDI]SC], [SC[REGINA]SC] ([I[sic]I]) [SC[CELI]SC] ([I[sic]I]); e sul rovescio nel mezzo una figura coronata in piedi con la spada nella dritta, e la bilancia in bilico nella sinistra, al cui lato destro avvi la Pace col ramo d'ulivo, ed al sinistro l'Abbondanza che tiene la mano destra stesa sulla spalla della coronata figura, e nella sinistra il cornucopia con la inscrizione intorno [SC[MUNUS. DATUR. NOBILIBUS. VENETIS.]SC]: la quale rappresentanza rammenta il giuramento che prestavano i Dogi nell'assumere la suprema dignità. A corroborare maggiormente questa opinione concorre la medaglia di Andrea Gritti, rarissima medaglia, annoverata fra quelle del museo Pinelli, nella quale evvi il diritto con la testa di lui (il che prova essere essa una medaglia privata di questo Doge, giacché le effigie dei Dogi erano nelle monete fino dall'anno 1473 vietate) e con la inscrizione [I[Andreas Griti Dux Venet]I]. Nel rovescio poi san Marco sedente, che scrive il Vangelo sopra un leggio, ed all'intorno: [I[Munus datur nobilibus Venet. S. M. V.]I] di quarta grandezza. Che si facessero questi donativi alla nobiltà nel giorno della incoronazione, nel mentre che largizioni al popolo distribuivansi, dalle storie il sappiamo, né queste con gli annui regali confondere si dovevano. Le largizioni popolari, che dicesi aver avuto tra noi principio alla epoca del Doge Sebastiano Ziani all'anno 1173, il quale ricchissimo uomo qual era, volle che la moltitudine della pubblica gioia ed allegrezza godesse, e non già, come asserisce il sig. Daru nella sua romantica istoria di Venezia, per affezionarsi la plebe, la quale aveasi dal governo alienata perché resa priva del diritto di elezione; queste popolari largizioni, ripeto, anticamente sotto i romani e i greci imperatori costumavansi, e quelle sono che più propriamente sotto il nome di [I[congiarie]I] chiamavansi, ed erano ordinate per accrescere la gioia popolare. Il citato Co. Carli, in opposizione al surriferito abate Palazzi, vuole con lo stesso nome distinguere l'annuo donativo del Doge, adducendone in prova, che, sotto tal nome, tutti gli antichi donativi pubblici negli altri stati si ritenevano.

[T1] ANTONIO GRIMANI.
A. 1521 ([SC[TAV]SC]. I).