[3] Govean, Il Giuramento di Pontida.
[4] Verri, Muratori, Govean ed altri.
[5] Verri, Cap. viii.
[6] Felice Govean, L’Assedio di Alessandria.
[7] Costò ben caro a Federico II l’aver ritentato contro di noi la sorte del Barbarossa, suo avolo, non avendo guadagnato alla fine che di rendere celebre e rinomata anche la Coorte degli Incoronati condotta da Enrico da Monza, e la compagnia di eletta gioventù dei dintorni di Trezzo diretta da Ottobello Mairano o Mariano, dal quale si riportò strepitosa vittoria nelle vicinanze di Cassino Scanasio.
[8] Govean, la Battaglia di Legnano, pag. 8 e seg. Torino, tipografia Baricco ed Arnaldi, 1848.
[9] Stando però alla storia troviamo che Federico non rimase fra gli estinti sul campo di Legnano, ma che cinque giorni dopo mentre si facevano accurate ricerche della sua salma e l’imperatrice sua moglie vestiva a lutto, comparve quasi per incanto nella città di Pavia vivo e sano tutto baldanzoso ed involto nel suo manto imperiale. Da questa terribile sconfitta conobbe però Federico il bisogno di riconciliarsi col Capo della Chiesa, e più tardi colla pace di Costanza lasciò alle città della Confederazione Lombarda il possesso della libertà e dei diritti che da gran tempo avevano, riservando a sè l’alto dominio con alcune appellazioni.
L’autore.
[10] Ai 14 agosto del 1339 fu riconosciuto Signore di Milano, dopo che erasi distinto in molte guerresche imprese viventi i fratelli ed i nepoti. Dapprima ebbe compagno nel potere Giovanni suo fratello, che vi rinunziò spontaneamente per essersi dato allo stato ecclesiastico. La durezza del governo di Luchino forma un mirabile contrasto con quello di Azzone, e fu perciò causa nel 1340 di una congiura ordita da due Aliprandi e da Francesco Pusterla, con intenzione di porre in luogo di lui i suoi nipoti, figli del suo fratello Stefano. La trama fu scoperta: i due Aliprandi vennero lasciati morire di fame, ed il Pusterla perì sul patibolo colla moglie e due figli adolescenti. Da indi in poi Luchino divenne vie più crudele, e da quel momento la camera ove dormiva fu sempre custodita da due enormi cani. Egli morì di veleno procuratogli dalla moglie Isabella dal Fiesco, donna sfrenata ne’ suoi amori.
[11] Barnabò, al dire degli scrittori contemporanei, fu crudele perchè avaro, superstizioso perchè immerso nei delitti.