[12] Milano osservato in tutte le sue vicende dall’epoca della sua fondazione, fino all’istallamento del nuovo governo della repubblica Italiana, di G. D.

[13] Morto nell’anno 1447 il duca Filippo Maria Visconti, la famiglia sovrana di questo nome si spense, e la città di Milano si trovò divisa in vari partiti. Vi era chi voleva darsi al Re di Napoli, che Filippo Maria aveva dichiarato nel suo testamento successore al ducato; chi allo Sforza, perchè era marito di Bianca Maria (figlia naturale del duca), e perchè questo guerriero poteva liberare la città dal nemico con lo strano suo indomabile valore; ed altri partiti tendevano invece a proclamare loro signore il Duca di Savoja, fratello della vedova Duchessa, amata e venerata da tutti per le sue virtù. Ma i partigiani del re Alfonso in sulle prime emersero sugli allri, a cagione che alcune squadre di Aragonesi state spedite in ajuto del Duca sotto il comando di Raimondo Boysì, entrarono nel castello e nella rocchetta, ed i capitani ducali Guido Antonio Manfredi da Faenza, Carlo Gonzaga, Lodovico dal Verme, Guido Torelli ed i fratelli Sanseverino, giurarono concordemente ad Alfonso devozione e fedeltà. Compiutisi frattanto i tumultuosi funerali del duca Filippo Maria, gli affari politici presero un ben diverso aspetto. Antonio Trivulzio, Teodoro Bosso, Giorgio Lampugnano e Francesco Cotta, personaggi tutti che avevano molta autorità nella patria, conosciuto il vero stato delle cose rivolsero ogni cura al debito provvedimento e convocati tosto i cittadini delle sei porte e dei quartieri della città, li persuasero a non sottomettersi ad alcuno, poichè uomo non v’era che arrogar si potesse su di loro validi diritti. Elessero quindi per ciascheduna porta quattro deputati, col cui voto formarono un supremo consiglio ed un governo repubblicano. I deputati che ascendevano al numero di ventiquattro, dovevano esser rinnovati ogni due mesi, ad esempio della repubblica di Firenze, e denominarsi capitani e difensori della libertà. In appresso i Milanesi sentirono il bisogno dell’elezione di un capitano generale, che con valore positivo in prima, e poi colla fama di fatti celebri incutesse spavento ai vicini nemici, e precipuamente ai Veneziani, che più degli altri li tormentavano. La scelta non poteva cadere che sopra il conte Francesco Sforza, uomo nel quale concorrevano tutte le qualità e prerogative personali per richiamare sovra di sè lo sguardo di una potenza qual’era lo Stato di Milano. Oltre che Francesco era in grido del miglior capitano del suo secolo, era capo di un esercito, le cui bandiere venivano ognor salutate dalla vittoria.

[14] Vedi in fine documento I.

[15] Vedi documento n. II.

[16] A proposito di libertà di stampa è necessario, sebbene fuori del mio assunto, il far conoscere quanto piccola ed insofferente fosse divenuta la nostra Censura sotto la direzione del signor Ragazzi Questo zelante interprete delle disposizioni del cessato dominio Austriaco, già commesso di Polizia a Pavia, ove dovette battere una vergognosa ritirata per salvare la vita minacciatagli dagli studenti, ebbe pochi giorni prima della Rivoluzione la conferma di capo della Censura ed il titolo di consigliere imperiale, con l’aumento di qualche centinaja di fiorini, premio delle sue ribalderie. Egli si vantava che avrebbe messo l’ordine alle stamperie di Milano, che il numero era esorbitante, e che dovevasi ridurle ad un terzo; che le opere erano perniciose; e n’aveva ben ragione parlando di quelle che si stampavano a Milano, perchè ad eccezione di pochi articoli di giornali, il resto non era che qualche traduzione ed altro di nessuna importanza. Ma non voglio narrare che un fatto mio, mentre pel corso di nove anni ebbi sgraziatamente a dipendere da quest’ufficio, e se dovessi pubblicare tutti i commenti, annotazioni, osservazioni, ec., avrei da far ridere per qualche ora gli amici. Nel novembre 1846 presentai un mio articolo a quest’ufficio per essere licenziato: ma dopo lungo esame mi fu rimandato coll’a tergo: L’Imperiale Regia Censura non è autorizzata a permettere la pubblicazione del presente articolo. Non sapeva a chi rivolgermi. M’informai da un impiegato della stessa Censura, il quale mi disse: può rivolgersi all’Eccelso I. R. Governo, o meglio all’Ufficio Generale di Vienna. Accettai questo secondo partito, ed approfittandomi d’un amico che si portava a quella capitale gli consegnai lo scritto e glielo raccomandai caldamente. Egli l’affidò ad uno di quegli agenti aulici, il quale mi promise, dietro un pattuito premio, che mi avrebbe servito statim. Passarono alcuni mesi e nessuna risposta. Finalmente venne spedito colla massima segretezza al Governo di Milano, il quale lo mandò alla Polizia, e quindi alla Censura per le informazioni. La Censura di Vienna domandava la ragione perchè non si dovesse permettere quell’articolo: la Censura di Milano intese la domanda? il lettore lo giudichi dalla risposta. Il signor Tettoni è persona comperata dal sig. N., parla pubblicamente in teatro ed in caffè che si è fissato di farla dire a quest’I. R. Censura. Questo è quanto si ha l’onore di partecipare, ec. Quant’analogia alla domanda! Questa risposta fatta colla massima cautela venne letta, copiata e trasmessami dal mio incaricato di Vienna. La suprema Censura credette bene di non restituirmi più l’originale, nè di parteciparmi le disposizioni in proposito.

In altra occasione però anteriore a questa, essendo stato favorito dalla stessa suprema Censura, feci le mie meraviglie coll’ex marchese Ragazzi, e questi mi rispose esser avvenuto perchè i Viennesi non intendevano l’italiano.

Era giunto a tale il rigore della Censura, che oltre alle ristrettezze per quanto si stampava nel paese, restava assolutamente proibita l’introduzione dei fogli politici stampati all’estero, e segnatamente quei di Piemonte, di Toscana e dello Stato Pontificio, dopo l’esaltazione del Sommo Pio al Soglio di Pietro; le grandi opere di Gioberti, le tragedie di Nicolini, gli scritti di Balbo, Azeglio, Mazzini e Petiti; le poesie del Giusti e di Berchet, e di tant’altri che per ogni dove sorgevano a predicare l’indipendenza e l’unione Italiana, portava a chi li possedeva una condanna criminale se cittadino, lo sfratto di tutti gli Stati se forestiero.

[17] Il giorno 8 di settembre è consacrato dai Milanesi alla festa della Natività di M. V. titolare della loro cattedrale. A solennizzarla con maggior lustro ed anche in onore del nuovo Arcivescovo, si volle rinnovar quell’istessa illuminazione della piazza del Duomo e della piazza Fontana colla quale aveva tre giorni prima condecorato il di lui solenne ingresso in questa Metropolitana. Quando verso le ore dieci e mezzo parecchi cittadini venendo dalla porta Ticinese accompagnati da gran folla di popolo procederono fino alla piazza del Duomo, cantando l’inno di Pio Nono. Fermatisi avanti il Caffè Reale, ora caffè Pio IX, rinnovarono quel cantico.—Quivi le guardie di Polizia, istigate dal conte Bolza, si fecero avanti per impedire che si proseguisse di cantare. Si venne alle mani, ed a’ nostri riescì di far fuggire i poliziotti. Di poi tranquilli s’avviarono alla piazza Fontana, e dopo di aver gridato viva Pio Nono, viva l’arcivescovo Romilli, ricominciò nuovamente il lieto canto. Allora si mosse la truppa a cavallo e collo squadrone sfoderato tentò dissipare il popolo che affollatissimo si traeva sotto le finestre dell’Arcivescovo per applaudire.—Non trovando possibile il farsi strada nella calca i soldati diedero di sperone al cavallo, e minacciando e ferendo giunsero a farsi largo fra le disperate grida delle donne, dei fanciulli, degli uomini tutti inabili alla difesa, mentre non erano provvisti nè anche di un bastone. A tanto spettacolo atterrito Monsignor Arcivescovo dovette discendere sulla piazza accompagnato da altro sacerdote, e procurò con acconce parole di manifestare il suo contento all’amato gregge per quelle dimostrazioni, pregandolo a volersi contenere e ritornare alla propria abitazione. Da un lato parole consolanti, dall’altra minacce e sfogo di rabbia; fino a tanto che Monsignor Arcivescovo fu costretto di far entrare la truppa nel cortile del suo palazzo. Più di trenta rimasero feriti e tutta gente che fuggiva, siccome fece provato l’esser feriti o nelle spalle o nella schiena. Altrettanti furono malconci dall’urto della folla, il negoziante Ezechiele Abate restò morto non d’asfissia, come asserì la Gazzetta di Milano, ma da una percossa datagli nel petto da un agente di Polizia, ed a una donna fu tagliato un’orecchia.

Un articolo pubblicato nella Gazzetta di Milano del giorno 9 di questo mese, invertendo la cosa a suo modo, fece di questa scena il più scellerato quadro in nostro svantaggio. Speriamo ora che l’Italia è fatta libera, sarà pur libera la Gazzetta del signor Lambertini, e non costretta a pubblicare articoli infamanti la sua nazione ed i suoi concittadini, siccome usò in questi ultimi mesi.

Per alcune sere la Polizia di Milano raddoppiò le sue pattuglie. Armati a cavallo, armati a piedi, tutti dovevano minacciare, ferire, ed i vili non ardivano di attaccare la gioventù attruppata sugli angoli della città ad aspettarli. Inveivano contro i fuggitivi e contro quelli che soli e tranquilli si portavano alle loro case. Valga questo fatto per mille ch’io potrei narrare. Certo signor Olgiati, persona proba e benevisa da tutti i suoi conoscenti, la sera del giorno 11 ritornando dal Teatro alla Scala alla sua abitazione in contrada di S. Romano, attraversando il corso s’incontrò in una pattuglia che correva dietro ad una famiglia fuggente. Soffermatasi all’arrivo dell’Olgiati, lo minaccia: egli tenta fuggire, ma essi con un colpo di moschetto lo atterrano e quindi gli danno tre puntate di bajonetta che fortunatamente poco più gli faceano che scalfirgli la pelle, difeso da un fascio di carta che aveva nella tasca dell’abito dinanzi al petto. Riavutosi dallo spavento si portò a casa, ed il giorno dopo avendo dirette le sue querele ed alla Polizia ed al Governatore, non gli fu dato ascolto, e poco mancò che non lo trattassero da mascalzone e da malvivente.