[18] Il malcontento per la tracotante superchieria del governo e della Polizia austriaca andava di giorno in giorno serpendo negli animi degli abitanti del regno Lombardo-Veneto. I Giornali italiani ed esteri procuravano di farci comprendere il bisogno di stringerci, di unirci insieme, di distruggere quelle gare municipali che pur troppo furono causa di tanti danni, per poi scacciare il comune nemico. I primi a darne l’esempio furono i Piemontesi. Il Re Carlo Alberto, il solo principe italiano, vide il suo Stato in via di progresso stabile e costante, e seguendo i moti del suo cuore, uniformi ai principi politici dell’immortale Pio IX, volle con le più ampie concessioni riformarlo e metterlo a livello delle più incivilite nazioni d’Europa. Ed allora le città, i borghi ed i villaggi della monarchia Sabauda, dimenticandosi i torti sofferti a’ tempi delle fazioni, che le mantennero in continuo odio fra esse fino a questi giorni, si scambiarono le bandiere, si perdonarono le offese, tra le più esultanti feste di gioja giurarono stretta unione e vera fratellanza, avendo compreso la gran massima che nell’unione sta la forza.
Allora gli amici della buona causa italiana vollero vedere se anche nelle provincie Lombardo-Venete si sarebbe compreso il bisogno d’unirsi. Era necessaria una dimostrazione manifesta, e si deliberò l’abbandono dell’uso di fumare. Un gran sacrificio doveva costare agli abitanti, poichè troppo invalsa era fra loro questa sconcia consuetudine che fruttava cinque milioni annui all’austriaco erario. Pur nondimeno tosto che questa deliberazione venne detta fra amici, essi la propagarono e dalla capitale passò nelle provincie, e quindi nei piccoli paesi e villaggi sino nel Tirolo Italiano, per modo che tutta la popolazione giurò in secreto che l’ultimo giorno di dicembre 1847 sarebbe stato l’ultimo per l’uso della pipa. Per facilitare la diffusione del gran patto si fece litografare l’avvertimento popolare che riporto tra i documenti il n.o III.
La Polizia di Milano che consumava parecchie centinaja di migliaja fiorini in ispionaggi, resa consapevole di questo accordo, stette in aspettativa che si avverasse il fatto e come giunse il 1.o gennajo fu convinta della realtà. La politica di quest’officio inquisitorio inappellabile fu sempre quella di voler ridurre la popolazione con mezzi turpi e violenti a schiavitù. Ora ecco l’argine ch’essa credette opporre al torrente: il giorno due, a mezzodì fece aprire le prigioni ad una turba di malviventi e di gente perduta, ingiungendo loro di andare in frotte fumando e provocando con ogni pretesto tumulti e collisioni fra la tranquilla popolazione, ed a meglio ottenere l’intento li fece regalare quattro zigari e tre lire austriache per ciascheduno. A questi ribaldi si aggiunsero le pattuglie, destinate a proteggere l’ordine e la vita del cittadino, cui si dava novello incarico di commettere turbolenze e prepotenti arresti. Pattuglie a piedi, a cavallo di tutte le nazioni soggette all’Austria e poliziotti, percorrono le vie più popolose, insultando, minacciando, percuotendo ed arrestando persone d’ogni qualità e d’ogni sesso. Fra gli arrestati vi fu pure il nostro podestà Gabrio Casati, mentre arringava al popolo consigliandolo a quiete e prudenza. La nuova di questo arresto fece ricapricciare i cittadini che giurarono in un momento di vendicarne l’affronto.
Questo illustre cittadino sostenendo la primaria carica municipale con varie prove di virtù seppe acquistarsi l’affetto di tutti i Milanesi, che in lui salutano un padre, un amico, ed un degno rappresentante e sostenitore dei diritti municipali, ed ultimamente il primo motore della liberazione della patria. Sia bastante prova del suo zelo, del suo amor patriottico la protesta con cui il 9 febbrajo reclamò dal Governatore della Lombardia contro l’iniquo abuso di potere verso alcuni cittadini. Vedi documento n.o IV.
Il podestà Casati, cui s’erano aggiunti gli assessori Crivelli, Beretta e Bellotti, personaggi franchi ed energici, trovatisi davanti al Direttore di Polizia, esposero con parole di calda verità e di libero sfogo la misera condizione del paese, gli insulti, le vezzazioni e le persecuzioni di che i cittadini erano fatti scopo; e l’assessor Beretta aggiunse francamente esser opinione generale che la provocazione di tal trambusto partisse dalla Polizia; proposizione questa che mise il Direttore su tutte le furie; ma non si ebbe altra soddisfazione. In tutta la notte si continuavano le provocazioni e gli arresti, per modo che al mattino le prigioni erano talmente stipate di gente d’ogni età e d’ogni condizione, che gli stessi commissari esaminatori ne facevano le più alte meraviglie (Ultimi fatti di Milano ne’ giorni 2, 3 e 4 gennajo. Losanna, 1848), e così terminò quell’infausto giorno. Il mattino seguente si pubblicò sugli angoli più frequentati della città l’avviso della Polizia che riporto tra i documenti al n.o V, il quale destò ne’ cittadini la più alta indignazione.
Fino al mezzodì di questo giorno non si lasciava presagire sinistri incontri. Se non che all’apparire delle pattuglie il popolo si affollò e l’agitazione cominciò più fervente del giorno prima. Dal castello alla Polizia correvano alquanti messaggi, e tra Radetzky e Torresani si va tramando l’esterminio della città. L’istessa paga e lo stesso regalo che si diede il giorno precedente si rinnovò pure in oggi non solo agli scarcerati, ma ben anco ai soldati di linea del grande impero, che frammischiali ai ladri ed ai borsajuoli vanno a scorribandare per la Corsia de’ Servi. «Verso le cinque ore Milano (scrive l’autore degli Ultimi fatti di Milano) fu invasa da parecchie centinaja di soldati, quali per una via, quali per un’altra accorrenti al Corso maggiore: cavalieri e fanti col zigaro in bocca, colla sciabola snudata, irrompano sulla quasi muta moltitudine, e menando colpi alla cieca, offendono qui un braccio, là un cranio, più in là un tergo; e siccome l’ubbriaco s’infervora nella ferocia, mano mano che essi ferivano, più le ferite divenivano profonde, più i colpi lesti e vigorosi. L’inerme popolo così repentinamente assalito grida: non pensa alla resistenza perchè non sa se invece di cento non siano mille, dieci mila. I fanciulli strillano, le donne svengono, i vecchi cadono; e sui fanciulli, sulle donne, sui vecchi, la tedesca ebrietà si disfoga. La carneficina è fatta generale: nè v’è salvezza per alcuno, imperocchè in tutta la folla non v’ha nè una spada, nè uno de’ tanti stili che la fantasia de’ sciocchi romanzatori impresta sempre agli Italiani. Questo nefando assassinio si commetteva in faccia alle tranquille pattuglie sulla Corsia de’ Servi. La moltitudine guatava intorno trasognata ma non fuggiva. Dappertutto i devastatori incontravano un muro vivo di gente, la quale comecchè inerme, li sfidava. Uno di que’, che non osiamo ormai chiamare soldati, inviperito dal nessuno spavento prodotto, acciuffa un fanciulletto di undici anni, spazzacammino seminudo, lo atterra ginocchione, e lo vuole costringere a fumare, il fanciullo ricusa d’obbedire; l’altro insiste, e il generoso undecenne rimane fiero e rincaponito rimpetto alle minacce; e qui la penna a ritroso scrive che quel fanciullo ebbe spaccato il cranio da ripetuti fendenti di sciabola, ed orridamente mutilato le membra. Poco oltre verso la Galleria De-Cristoforis passava un Manganini, consigliere, frequente convitato a’ pranzi di Torresani, aulico inquisitore in una delle tetre commissioni austriache contro i carbonari; lo stesso Salvotti non che il Manganini avrebbe ricapricciato assistendo ai fatti che insanguinavano le vie di Milano; perciocchè l’ottuagenario consigliere fremendo alla vista di quelle barbarie della soldatesca, parlò come parla il cuore nei momenti che l’interesse ed il calcolo lo lasciano parlare. Di repente, il vegliardo viene agguantato da un militare, che percuotendolo gli ingiunge di tacersene, da quel povero vecchio ch’era. Ma il povero vecchio che forse in quell’istante ricevette da Dio la redenzione alle antiche viltà commesse, ripetè tremante per la collera che egli, il soldato che l’aveva ingriffato e tutti i suoi compagni erano altrettanti assassini: e tanto bastò perchè due terribili colpi di sciabola gli partissero il capo in due, e stramazzone piombasse a terra. Al caldo cadavere tosto intorno s’agglomerano sinistre persone, una delle quali fu vista, da due testimonj che noi potremmo citare, introdurre nella scarsella sinistra dell’abito del giacente uno stilo; il quale stilo doveva poi figurare con pompa nei rapporti della Polizia, ed autorizzare le sfacciate menzogne dell’Allgemeine Zeitung.»
«Gli ubbriachi andavan menando colpi a dritta e mancina contro le persone, e tanta era la rabbia del ferire, che le lame urtavano perfino ne’ muri, nelle porte, nel selciato. Nella bottega di un noto librajo, rimpelto alla Galleria De-Cristoforis (Carlo Turati), gli assassini entrarono, ferirono qual poterono aggiungere, e poi furono visti, da un giovine che si rannicchiò sotto al tavolo dell’officina, trinciare colpi disperati contro le scanzie, contro fogli di carta disposti di fila in fila, contro libri quasi consapevoli che la stampa dev’essere la ruina di chi protegge consimile soldatesca.»
«Il dì andava imbrunendo. Nelle altre vie della città radi ma forse ancora più brutali, alcuni soldati s’erano sparpagliati a diffondere parte di quel terrore che sulla corsia dominava. Due o tre di essi, nel mentre che il resto dell’orda ferendo e percuotendo batteva il corso di Porta Comasina, entrarono in una bottega di povero rivenditor di vino, tagliarono una mano al padrone che l’aveva sposta fuor dell’imposta; abbrancò l’uno la moglie, l’altro la figlia, e d’inenarrabili insulti ricoprirono ambedue; ed un terzo scese nella cantina, bevvè quanto e più che voleva, e risalì barcolando, lasciando tutte le botti sbarrate, e così tutta la sostanza del poveretto sperduta. Nell’ampia via dell’Orso la masnada pareva più ebbra che altrove: due perseguono un onesto cittadino: questi fugge entro una casa, oltrepassa la dimora della portinaja, e sale la prima scala che gli si offre: i due persecutori nella loro furia non veggono quasi che fra loro ed il fuggente v’ha un cancello di ferro: entrano nell’uscio a manca e vogliono inoltrarsi: la portinaja s’oppone all’invasione, ed ha chiuso il secondo uscio che mette al cortile: Aprite Italiana! gridano quei feroci dando color d’insulto a sì nobile parola: ma quella si tien salda. Di repente essi si arrestano a guardarla con disonesto sogghigno. Duro caso fu ch’ella fosse una bella giovinetta di circa 18 anni. I malandrini vollero bruttarle la faccia con baci puzzanti di fumo ed acquavite, ma perciocchè ella opponeva loro viva difesa, la arrestarono e via trascinarono incatenata come ribellata alla legge. Sappiamo per certo che non se n’è più potuto aver novella: la disperata madre è corsa dal padrone di casa, il padrone dal parroco, il parroco alla Polizia; tentennamenti di spalle, ed un che vuole? sono tutte le soddisfazioni che una madre ha potuto avere».
«Nell’osteria detta della Foppa si contaminò, e poscia si ferì una donna: la stessa padrona ricevette colpi di fendente; un fanciullo che strillava troppo forte ebbe tagliato un braccio; un’infelice ch’erasi ricoverato nella cantina fu ucciso con più di dodici colpi: e per giunta il poco denaro che si trovava nel piccolo forziere del tavolo della cucina fu involato; diciamo in fra parentesi che questo sintomo di ladroneccio si manifestò quasi generalmente. L’ortolano de’ Fate-bene-fratelli ebbe rotta una gamba da un colpo di fucile per aver dimostrato orrore di simile strage.»
«La strada Sant’Angelo fu teatro di tremenda tragedia. Gli operai del fabbricator di carrozze Sala, compiuto il lavoro se ne ritornavano tranquilli alle rispettive loro abitazioni; forse essi non sapevano pure la strage che correva le vie di Milano. Giunti presso la caserma di fanteria, già pria chiostro di Sant’Angelo, si vedono repentinamente impigliati fra due schiere di soldati armati di fucile con bajonette, ed odono parola che ordina d’investirli senza misericordia. Spaventati si sbandano disordinatamente, ed ogni fuggente s’ode alle terga un feroce branco d’inseguenti. Uno de’ miseri venne confitto contro un albero, e già esanime, la bajonetta andò passando e ripassando il corpo suo; un altro venne massacrato sotto una panca di bottega nella quale aveva cercato rifugio: nove altri furono feriti alle spalle; di diciotto che erano, sette soli riescirono a scamparsela».